Libro dei fulmini

Matteo è un trentenne marchigiano trasferitosi a Roma da più di dieci anni. Qui lavora in una piccola casa editrice che pubblica libri di spiritualità e filosofia e nel tempo libero scrive articoli sulle bellezze nascoste della Città Eterna per una rivista. Davanti a Roma si sente periferico, privo di memoria e di passato: l’Urbe invece è “la storia gloriosa, il passato influente, i cardini sui quali erano girate per quasi un millennio le porte che aprivano il futuro del mondo”. Gli sembra di essere entrato nella città “di soppiatto, alla stregua di un ladro”, ma ama vagare per le strade per ore, lasciandosi travolgere dalla bellezza visibile e da quella invisibile. Un pomeriggio di settembre, uscito molto turbato dalla chiesa dei Santi Domenico e Sisto, che incombe su via Panisperna, dove ha assistito ad una messa celebrata per dei giovani infermi che somiglia a un esorcismo, Matteo riceve un sms da un numero sconosciuto. Il messaggio dice: “Sali sulla terrazza del Tabularium, domani al tramonto”. Uno scherzo? Una ragazza? Il Tabularium è la magnifica terrazza che dà sui Fori Imperiali: il giorno seguente Matteo è lì, ma il luogo è deserto. Guardando giù si vedono i Fori avvolti da “una specie di nebbia sottile”: all’improvviso tre torce brillano nel buio, girano in cerchio. Sembra una qualche cerimonia, ma Matteo non sa dire quale. Passa qualche minuto e le fiaccole scompaiono. Sulla terrazza del Tabularium arriva un guardiano, domanda a Matteo se si senta bene, il ragazzo si dirige verso l’uscita. Di quella strana esperienza gli rimane solo una foto sfocata sul celulare…

Esordio affascinante per il sambenedettese Matteo Trevisani, che nel protagonista di questo Libro dei fulmini mette molto di sé. La storia, i pensieri, gli interessi, forse gli incubi, sicuramente quel fondo di ambiguità che è il cuore di ogni romanzo esoterico che si rispetti. Perché l’esoterismo è – semplificando brutalmente – lettura in trasparenza della realtà, comprensione di un sottotesto che non è possibile nemmeno vedere (figuriamoci capire) se non si possiede un codice che lo decritti. E quindi Trevisani in Roma, luogo ambiguo per eccellenza, culla del paganesimo istituzionalizzato prima e culla del monoteismo istituzionalizzato poi, con “una doppia cittadinanza nel mondo della letteratura e in quello della magia”, trova l’ambientazione perfetta per questa parabola nera a cavallo tra vita e morte che però ricorda più Dario Argento e Giuseppe D’Agata che Georges Gurdjieff o Arthur Machen. Al centro della vicenda c’è il culto etrusco-romano di Summano, dio dei fulmini notturni, quelli che hanno il potere di aprire un varco tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Il Matteo del romanzo – che già prima di arrivare a Roma e di trovarsi invischiato in questo nero percorso iniziatico ha avuto visioni e “visite” dall’Aldilà – avanza a tentoni (o forse è guidato da una misteriosa setta) in un territorio inesplorato grazie anche allo stato estatico raggiunto mediante rapporti sessuali con una enigmatica ragazza e alle confidenze di un suo vecchio professore universitario. È abbastanza chiaro sin da subito che entrambi sanno qualcosa che il ragazzo non sa: sia Matteo che il lettore scopriranno cosa soltanto nelle ultime pagine. Ma Trevisani non ha scritto un thriller, non è interessato a sciogliere il suo plot e infatti lascia molto in sospeso, aperto a diverse interpretazioni. Ciò che era esoterico rimane esoterico, insomma. Tutt’altro che esoterica è invece la scrittura di Trevisani: semplicissima (a tratti anche troppo) e lineare, avanza noncurante come un trenino Lima in una stanza buia.



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