L'idiota

L'idiota

In una mattina di fine novembre, sulla linea ferroviaria Pietroburgo-Varsavia, il principe Myskin sta tornando in Russia dopo alcuni anni trascorsi in Svizzera per curarsi da una malattia nervosa. Di fronte ha un viaggiatore sui ventisette anni come lui. Si chiama Rogozin e, come succede a volte fra gli sconosciuti in treno, sembra avere una gran voglia di raccontargli i casi suoi. Gli confida di essere innamorato di Nastasja Filippovna, la mantenuta di un ricco possidente che l’ha fatta educare quando era bambina e poi l’ha sedotta. Dopo poche ore soltanto, per caso, Myskin vede il ritratto di Nastasja a casa degli Epancin, suoi unici parenti. Quel volto splendido e angosciato – dirà poi - gli trafigge il cuore per sempre. La incontra più tardi, in una serata concitata in cui arriva a chiederle di sposarlo. Non è un impulso carnale a spingerlo, ma la pietà per una creatura disonorata senza colpa da un libertino e resa folle dall’orgoglio ferito, è il desiderio di proteggerla (soprattutto da se stessa) come un cavaliere medievale farebbe con la dama a cui si è votato. Intenzioni nobilissime e platoniche, ma facilmente equivocabili. Nastasja Filippovna rimane colpita e lusingata dalla sua innocente bontà. Il disgusto di sé, però, la induce a fuggire via da lui per non trascinarlo in basso. Ritornerà quando Myskin si fidanza con l’aristocratica Aglaja, figlia del generale Epancin. Mosso dalla compassione, tra le due donne che se lo contendono il principe sceglie quella più disperata e infelice. Ma ancora una volta Nastasja Filippovna lo lascia per non rovinargli la vita e si consegna al violento e brutale Rogozin, come una vittima che si metta consapevolmente fra le mani del proprio carnefice...

C’è un groviglio di sentimenti e di temi tipicamente dostoevskijani ne L’idiota: il messaggio cristiano, il sacrificio, il richiamo ai delitti efferati della cronaca nera, il nichilismo, il denaro come strumento di dominio, l’amore tormentoso e contorto. Con L’idiota Fedor Dostoevskij vuole rappresentare una nuova storia di Cristo, la vicenda di “un uomo totalmente bello” in senso interiore e spirituale, come spiega in una lettera allo scrittore Majkov. Questa bellezza dell’anima che dovrebbe salvare il mondo non è però destinata a portare la pace. Come un alieno caduto sulla terra, l’ingenuo e fiducioso Myskin si trova gettato in una società che gli è completamente estranea, dove mette in pratica la sua eversiva concezione del Bene con candore assoluto ed esiti disastrosi. Nessuno è pronto ad accettare, e men che meno a subire, le conseguenze di questo caritatevole, altruistico Bene. Non Aglaja, che Myskin ferisce profondamente preferendole un’altra. Non Rogozin, accecato dalla gelosia per il legame ambiguo fra quella che ama e il principe. E nemmeno Nastasja Filippovna, un po’ Maddalena un po’ signora delle camelie, che si illude di essere amata per se stessa e non come simbolo di una femminilità oltraggiata. Tutto è estremo, esasperato fino al parossismo in questa tragedia di grandezza shakespeariana. Un cupo labirinto di passioni da cui si esce a fatica, con un senso di smarrimento. I rovelli e le contraddizioni del triangolo che corre incontro alla rovina ti invischiano come ragnatele, non lasciandoti uscire al chiarore del sole. Perché questa è un’opera inquietante, di luce e di tenebre insieme (non a caso viene spesso citata l’Apocalisse), un viaggio che inizia con l'idiozia di Myskin e si conclude con la sua definitiva ricaduta nel buio dell’inconsapevolezza. Pazzo idealista come Don Chisciotte, il principe cede le armi dopo l’ultimo, brutale confronto con la realtà e si rifugia nella demenza. Esce di scena, ma resta nella memoria come uno dei personaggi più straordinari della letteratura, mite fantasma dal sorriso mesto, utopista sconfitto che non ha fatto i conti con le meschinità degli uomini e il male che li contamina. Sconvolgente e doloroso, estremo nel suo insegnamento morale, è uno di quei libri che ti entrano dentro e ti lasciano col rimpianto di averli finiti.



 

 

 
 
 
 

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