L'impero della camorra

L'impero della camorra
Forse in pochi ricordano il giorno in cui, precisamente il 16 settembre 2005, Paolo di Lauro – il cui soprannome, affibbiatogli da Giuliano di Forcella, è sempre stato Ciruzzo o’milionario – venne catturato dopo oltre tre anni di latitanza. Si era dato alla macchia nel 2002, dopo ben venti anni di camorra e malavita organizzata in quel di Napoli, precisamente nelle zone di Scampia e Secondigliano. Considerato uno tra i trenta latitanti più ricercati e pericolosi di tutta Italia, Ciruzzo si è goduto la vita sino a quando ha potuto, in barba alle autorità e a tutti i morti che si è lasciato dietro, come una scia che non si ha neanche la pena di voler cancellare. Sempre discreto e prudente (al punto che si arrivò a crederlo morto), Di Lauro si era costruito un impero da un miliardo delle vecchie lire al giorno intorno ai tavoli da gioco e controllando i maggiori traffici di stupefacenti della città. I suoi figli, primo tra tutti Cosimo, seguirono fedeli il suo esempio, perpetrando la tradizione famigliare di camorristi ai massimi livelli. Chi può avere dimenticato le terribili e sanguinarie faide che videro protagonisti il clan di o’ Milionario contro quello degli scissionisti di Secondigliano, allontanatisi dai Di Lauro per solidarizzare e unirsi il clan di Lello Amato (poi trasferitosi a Barcellona, anche lui latitante e recentemente arrestato – nel maggio 2009 – senza avere opposto alcuna resistenza), scocciati dal monopolio del mercato della droga da parte dei Di Lauro, diventati a un certo punto troppo influenti e dominatori incontrastati delle zone di Case Celesti, del Rione 167 e del Rione dei Fiori? Una lunga serie di omicidi che hanno coinvolto almeno cinquantotto persone, e che vedono come punta dell’iceberg l’omicidio di Gelsomina Verde, giovanissima morta ammazzata perché era la fidanzata di uno degli scissionisti…
Simone di Meo, giornalista e cronista napoletano, si occupa da sempre di camorra. In molti lo ricorderanno, senza ombra di dubbio, per le accuse mosse a Saviano quando Gomorra uscì in libreria e cominciò a diffondersi a macchia d’olio. Di Meo, che sull’argomento è certamente ferrato e preparato, accusava Saviano di essersi indebitamente appropriato di alcuni articoli e informazioni senza avere citato la fonte, ovvero lo stesso Di Meo. Indipendentemente dalla faida letteraria di cui sopra si deve riconoscere a Di Meo, esattamente come a Saviano, la volontà di esporsi, il coraggio di parlare, l’esigenza – quasi urgenza – di dare spazio a personaggi e questioni che rischiano di cadere nel dimenticatoio, vittime di un’omertà che non smetterà mai di offuscare il reale andamento dei fatti anche se, a onor del vero, ci sono punti in cui sembra che Di Meo strizzi l’occhio a Di Lauro, considerandolo quasi un uomo di altri tempi e maniere, uno che ci sapeva fare e si distingueva dalla massa. Lo stile del giornalista – diretto, schietto, dettagliato, preciso e comprovato da fonti attestate e giudiziarie – rende la lettura scorrevole, veloce, coinvolgente anche perché – diciamolo – il personaggio è davvero particolare. Ciruzzo o’ Milionario non è certo il prototipo di boss che tutti noi immaginiamo. Bando al protagonismo, all’esibizionismo, alle apparizioni pubbliche, Ciruzzo si è sempre tenuto lontano dalla piazze, conducendo una vita riservata, spesso chiuso in casa per mesi, capace di comprare la fiducia e il silenzio di che era bene tacesse. Raramente lo si vedeva per strada, e quando accadeva era per dare sfogo alla sua indole giocosa e aperta, tanto è vero che si fingeva garzone di macelleria e consegnava le buste alle signore, omaggiandole di biglietti da centomila lire. Come fossero biglietti da visita.

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