Lingua madre

Lingua madre
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Trelew, Argentina. Julieta torna a casa. Sua madre è morta di cancro, si sono dette addio per telefono. “Sì, certo che torno”, le aveva detto Julieta sapendo di mentire. Stava frequentando un dottorato sulla scrittura delle donne a Monaco, in Germania. Aveva incontrato di persona Doris Lessing, due volte. Julieta torna alla casa dove i nonni italiani l’hanno cresciuta, perché la mamma era lontana, in un posto dove non poteva tenerla con sé, e da dove non poteva tornare, altrimenti le sarebbe accaduto qualcosa di brutto. Capitava che molta gente sparisse, in quegli anni, e che nessuno ne sapesse più nulla. Julieta trova una scatola piena di lettere, l’ultima richiesta di sua madre prima di morire è che lei le legga, tutte quante. Sono le lettere che ha ricevuto negli anni di esilio, consegnate tramite l’aiuto di un camionista gentile. Lettere di sua madre, soprattutto, e di suo padre. Di sua sorella Lina e della sua amica Adriana. Dell’amato Nicolas, che ha scelto di allontanarsi da lei e dalla loro figlia per chiedere asilo politico in Svezia. Infine lettere, disegni e fotografie della stessa Julieta, che in questo salto indietro nel tempo trova risposte alla domanda che si teneva dentro (“Mamma, perché mi hai abbandonata?”), e fa rivivere sotto una luce nuova la memoria degli anni più bui del suo Paese…

Lingua madre può significare molte cose: lingua della madre di sangue, trasmessa per lettera o in brevissime telefonate. Ce ne sono due, di madri, in questo romanzo, entrambe separate a forza dalle loro figlie. Chi legge lo sa, fin dalle prime pagine: nonna, madre e figlia sono qui destinate a riunirsi, ma per migliaia di famiglie argentine non è stato lo stesso. Lingua madre è poi la lingua delle donne, quello stile e fraseologia che elevano la scrittura femminile quasi a un genere letterario: Julieta va fino all’altro capo del globo per coglierne i misteri, ma solo a Trelew capirà davvero cosa accade dentro a una donna che scrive. Lingua madre, infine, è la lingua della madre terra, che non nomina esplicitamente la dittatura ma ne svela l’orrore in piccoli momenti di quotidianità, e nella paura consapevole che basti così poco per essere prelevata, di notte, dalla propria casa. Una lingua che non appartiene alle radici di Julieta ‒ ricorda ancora il nonno, certe sue espressioni in dialetto piemontese ‒ né al futuro che ha scelto in Europa, ma che è la lingua di quasi un intero continente, che con la sua cultura fatta di poesie, canzoni e danze popolari ha donato una nuova identità a chi lo ha scelto come casa.



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