L'inverno a Lisbona

L'inverno a Lisbona
Giacomo Dolphin non è uno pseudonimo, ma la nuova identità dietro alla quale è ormai costretto a nascondersi Santiago Biralbo. E il Metropolitano di Madrid non è più il Lady Bird di Floro Bloom a San Sebastian, in cui il pianista jazz aveva a lungo suonato. Un piano bar angusto e spoglio a pochi passi dal mare, nella cui penombra fumosa e rosata Lucrecia trascorreva le serate in compagnia del suo compagno Bruce Malcom, un losco faccendiere americano dedito al commercio clandestino di opere d’arte. La giovane donna, bella ed enigmatica, si fingeva interessata alla musica, ma in verità i suoi occhi celesti erano avidi di Santiago Biralbo, che aveva irretito in una complicata e pericolosa relazione segreta. Nemmeno la partenza improvvisa e immotivata di Lucrecia aveva placato la sua passione, consegnando l’uomo a una sofferta attesa durata tre anni e alleviata parzialmente dal solo arrivo di alcune brevi missive. Fino al giorno in cui nel locale si presentano un meticcio corpulento e volgare che asserisce di essere buon amico di Malcom, insieme con un segretaria alta, bionda e algida…
Il lettore non si lasci ingannare dalla presentazione riportata sulla quarta di copertina, che pare voler ammiccare troppo disinvoltamente ai cultori del genere noir tout court. Certo L’inverno a Lisbona lo si legge anche per l’intreccio e gli enigmi che tracciano attorno alla figura di Lucrecia il disegno di una trama intrigante. Ma il romanzo di Antonio Muñoz Molina lo si legge ancor più per la qualità alta di una scrittura capace di evocare un tempo, sia quello in cui è ambientata la narrazione che quello in cui si svolge di volta in volta l’azione, che è intriso di silenzi irrequieti e attese cariche di apprensione, di ricordi struggenti e situazioni ambigue, di personaggi e luoghi che s’ intersecano e si sovrappongono l’uno all’altro, costruendo ovunque l’atmosfera sospesa e nebulosa di un paesaggio malinconico. Dove, in precario equilibrio tra inquietudine e frustrazione, Santiago Biralbo si è perso dietro allo sfuggente fantasma di una “femme fatale”, richiamando alla mente i tratti inconfondibili del Rick Blaine di "Casablanca", il celeberrimo film del 1942 interpretato da Humphrey Bogart.

 

 

 

 
 
 
 
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