L'isola

L'isola
Vicktor Henrik Askenasi è un professore di mezz’età che abbandona famiglia e occupazione avvinto dalla malia suadente di Eliz, un’equivoca ballerina russa incontrata per caso in metrò. Ma anche questa nuova condizione di vita si rivelerà nel breve volgere di poco tempo fonte di ulteriore insoddisfazione. L'uomo decide allora di imbarcarsi alla volta della Grecia nella speranza di trovare altrove una donna che racchiuda in sé le proprie aspettative. Ma il suo viaggio si interrompe bruscamente a Dubrovnik, dove nella hall dell’albergo nel quale è alloggiato uccide una donna che lo aveva velatamente sollecitato a salire in camera. Le ragioni apparentemente incomprensibili di un tale atto inconsulto diventano in realtà oggetto di un’ulteriore approfondimento psicologico, mentre la vicenda si carica di una crescente amarezza ricca di significati…
Ci sono personaggi della letteratura di tutti i tempi che hanno impresso la loro storia nella nostra memoria come un sigillo indelebile, e che finiremo per portare dentro di noi per sempre. Ebbene, Vicktor Henrik Askenasi, emerito professore di Greco a Parigi, si inserisce di diritto tra questa folta schiera. Di questo personaggio contraddistinto da un’afflizione intensa e palpitante, sono certo che conserveremo a lungo il ricordo. In questo libro scritto nel 1934 e recentemente pubblicato in Italia da Adelphi Sándor Márai, non privo della sua riconoscibilissima cifra linguistica, spoglia il mondo dalle sue tinte consolatorie avvolgendo il lettore in un sentimento di desolazione ineluttabile. In quello stesso stato d’animo cioè in cui precipitò il grande scrittore ungherese negli anni ’30 del secolo scorso, allorché dinanzi all’offensiva ottusa e volgare dei nuovi regimi dittatoriali, gettò con le sue opere una luce di impressionante preveggenza sull’implosione della civiltà liberale ed umanistica alla quale la società borghese sarebbe andata incontro di lì a poco. Si tratta infatti di un romanzo rivolto ai palati forti, ossia a quei lettori che amano inoltrarsi senza fretta e senza rassicurazioni negli azzardi, in regioni troppo impraticabili dello spirito, negli sprofondi di una storia inquietante. L’autore ci porta deliberatamente incontro al bivio tra follia e ragione, là dove l’uomo si spinge nella disperata ricerca di scalfire l’ammaliante superficie della sensualità, per individuare il punto esatto in cui si annidano le inafferrabili ragioni della propria inquietudine esistenziale. Concepito con intelligenza e scritto come sempre in modo elegante, questo libro ha il suo migliore pregio nella capacità di indagare e di condurci ad un passo dal baratro dell’animo umano, di cui l’autore si rivela ancora una volta un profondo conoscitore soprattutto nei suoi aspetti più tragici e dolorosi. Il filo sotterraneo del libro diventa implacabilmente la presenza ossessiva del rapporto vita-morte. Dalla vita, con il suo vano spreco di emozioni e di desideri, e dall’ombra che si porta alle spalle l’autore ungherese attinge la propria inconfondibile autorevolezza. Sándor Márai si interroga in questo romanzo sul senso compiuto della vita, che il professore Askenasi invano ricercherà ossessivamente nel corso del proprio tragitto esistenziale, dapprima tra le pieghe dei libri, quindi nella rassicurante stabilità famigliare, nei piaceri del sesso e perfino nel delirio omicida, con l’implacabile lucidità di un incubo.

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