L'isola dei liombruni

L'isola dei liombruni
Un'intera estate è trascorsa da quando il Dio sommerso, attraverso il sogno di Primo, bambino eletto, ha ordinato a tutti i ragazzi dell'isola il massacro degli adulti, dimentichi delle braci dell'infanzia: era la Notte della Carnara, rito iniziatico, solstizio della stagione libera. Senza più gli “alti”, i bambini sono liberi di rubargli i giochi: i duelli dei certami, le passioni dello Struscio, i sospiri precoci tra i cespugli coperti di buio; poche leggi: non ci sono madri, padri, fratelli o legami di sangue; sovranità assoluta degli istinti, mitigata solo dalle lotte tra i capi dei diversi clan, i baroni, per il dominio delle rupi, delle spiagge e di un mare incantato che rimargina ogni ferita. All'avventura, però, i ragazzi non sono soli: gli occhi d'oro e gli animaleschi fruscii dei misteriosi liombruni li circondano; di tanto in tanto gli scalzi – bambini resuscitati per volere di Primo e “imbestiati” in semi-déi dai piedi di vetro, padroni degli elementi e avatar dell'isola stessa – giocano con i più piccoli, perlopiù ignorando i destini e le contese degli ex compagni; alle vie bianche, inoltre, dietro serrande arrugginite e tende di camerini in negozi abbandonati, le procaci sibille predicono il futuro a chi ha il coraggio di fare domande: sono le fanciulle morte durante la Carnara o rimaste incinta, condannate a mangiare sabbia, non vedere nulla, ma conoscere tutto. Oltre il mare una breccia leggendaria, un confine pericoloso dal quale proviene la barca rovesciata di Marchionno, lo scalzo dei morti, che riporta alla veglia chi spira e non viene rianimato. L'isola è un sogno collettivo: morire significa svegliarsi senza ricordi, imbestiando si guadagna l'eternità nel miraggio al caro prezzo della propria esistenza nel mondo reale. Per conservare la memoria di quest'estate ormai agli sgoccioli, Zenzero, l'amico Smiccio e la bella capera Cecella, amore di entrambi, intraprendono un viaggio mai tentato (?) tra le insidie del sogno di Primo, un percorso avviato dalla profezia di una seconda Carnara e dell'ultima notte dell'isola...
Giovanni De Feo ammalia con il suo secondo romanzo, difficile da raccontare e da dimenticare. Le allegorie dell'assolata isola del titolo, un atollo abbracciato dalle acque di un mai menzionato ma riconoscibile Mediterraneo, riescono a coniugare i due aspetti, epico e gotico, della tradizione letteraria del mare nostrum, bilanciando azzardate invenzioni con evidenti debiti letterari sempre riconosciuti e rielaborati. Limitante, tuttavia, attribuire profondità – e bellezza – della mitologia costruita da De Feo alla sola tradizione classica: c'è indubbiamente la frenesia infantile del Pan di Barrie, la crudeltà de Il signore delle mosche di Golding (anche se la riflessione è più una metafora della crescita che dell'inesorabile azione corrosiva del potere, pure presente), la tensione retorica dei racconti di Borges come i confessati riferimenti cinematografici di “Permanent Vacation” di Jim Jarmush e “Ma come si può uccidere un bambino?” di Narciso Ibañez Serrador. L'isola dei liombruni sublima in simboli il momento della crescita: i turbamenti si fanno azioni, le paure ombre, i desideri persone irraggiungibili. Portata in scena, la pubertà necessita di essere affrontata a mani nude, per mezzo dell'immediatezza dei gesti puerili, violenza atavica prorompente in chi viene strappato con la forza, dall'inappellabile Natura, da una condizione di stabilità e benessere per essere condotto verso l'ignoto. Resistere allo schiudersi delle palpebre nell'incertezza del ricordo è temere di dimenticare le “stupidità” dell'infanzia quando precipita nell'età adulta. Il trauma risveglia l'essere ancestrale, votato all'estremismo: alle carezze si sostituiscono piogge di sospiri, alle prese in giro affronti insolubili se non tramite un duello, al desiderio di possesso l'avidità del potere e la prepotenza del predominio. Inevitabile per questi temi, dunque, connettersi con i miti caratteristici di quel brodo primordiale che è il Mediterraneo. In origine c'è il viaggio dell'eroe che, un po' come Zenzero, vuole tornare a casa. Nel caso di Ulisse il rimpatrio è accumulo prezioso di straordinarie esperienze; per il protagonista de L'isola dei liombruni, invece, se ne prospetta l'annientamento: tornare è inaridire la conoscenza del mondo, invecchiare e morire dimentichi delle glorie dei certami, dei sapori nuovi dello Struscio. La sfida tra mare e essere umano, il tentativo di prosciugare le acque di tutte le possibili avventure e la ritrosia delle onde a concedere salvezza senza adeguato compenso, è un leitmotiv delle culture sviluppatisi attorno a bacini chiusi, in cui isole o lingue di terra delimitano piccoli oceani casalinghi che, fuggito l'infinito, diventano casa del gotico o del meraviglioso, variamente declinati. Esempio celebre il Mar dei Caraibi, un vero riflesso traslato nello spazio e nel tempo del mar Mediterraneo. Lo teorizzò per primo Alejo Carpentier, non a caso autore di un'originalissima scrittura dell'Odissea: Los pasos perdidos. In quelle storie, come d'altronde nella più famosa epica greco-romana, a farla da padrone è il topos della ricerca delle radici, a cui lo stesso De Feo dedica silenziosamente tutta la sua opera e il nome del protagonista. L'anelito alla scoperta, alla riscoperta, ma ancor più frequentemente al ritorno è il vero motore della storia: Zenzero non può rimanere, è destinato a crescere, ma non vuole e non può farlo senza la consapevolezza di quell'estate di sogno in cui ha conversato con l'anima nascosta sua e delle cose, quando, senza attendere i tempi degli alt(r)i, ha conosciuto i piaceri e i crucci di una vita più “fantastica” di quella che lo attende. Ma l'isola non può esaurire le imprevedibilità della veglia e gli insegnamenti della noia, della pazienza, l'amore tiepido e solido, la prudenza e la lungimiranza. De Feo è coraggioso fino alla fine: riesce a spingere la storia fino all'attesa conclusione e poi subito oltre, con una chiusa che è insieme prevedibile e sorprendente, consolante e crudele. La narrazione minuto per minuto e l'uso del presente valorizzano una scrittura elaborata, in alcuni passaggi malauguratamente barocca, in altri estremamente popolare; i diversi registri sono gestiti con cura e cognizione di causa, alternati in modo da rinviare continuamente il taglio del segnalibro e la chiusura del volume. Il risultato è un ibrido affascinante, carico di passato ma incredibilmente originale: un'opera con le migliori qualità del bestseller che non rinuncia alla complessità dell'esplorazione circostanziata del genere. Forse auspicandone una rinascita.

 

 

 

 
 
 
 
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