Livorno clandestina

Livorno clandestina

Quanta parte del popolo aderì entusiasticamente al fascismo e quanta invece per necessità o paura? Sono molte le città italiane ad essere state investigate sull’argomento nel Paese dei campanili, ma se ce n’è una per la quale questo tipo di ricerca ha un senso diverso è sicuramente Livorno. Si tratta di una città dove durante il ventennio hanno convissuto un’anima proletaria, libertaria e solidale e una avventuriera e capitalista, incarnata dal suo personaggio più rapace e controverso: Costanzo Ciano, esponente di quella imprenditorialità labronica che durante il fascismo si afferma con sempre maggiore sicumera. Come per ogni altra città italiana, anche nel caso di Livorno, non si può prescindere dal distinguere tra le varie fasi dell’escalation fascista nell’analizzare il grado di acquiescenza dei suoi cittadini. I fascisti conquistarono il Municipio nel 1922 a prezzo della vita di ben otto loro concittadini nel corso di una rivolta popolare volta a contrastarli. Solo l’imprigionamento di tutti i capi e i militanti, l’esclusione dal diritto di voto di quasi 2000 persone e le continue aggressioni, uccisioni, imprigionamenti, condanne al confino, poterono impedire ai Partiti di sinistra di presentare liste alle elezioni comunali del 1924; furono arrestati non solo operai, proletari e portuali ma esponenti di tutte le classi sociali, inclusi l’ex sindaco socialista, dirigenti politici, vertici della pubblica amministrazione e giornalisti, molto spesso ricorrendo per loro all’incarcerazione nel manicomio criminale di Volterra, dopo averli fatti dichiarare insani di mente e pericolosi da giudici compiacenti. Livorno, città di antica tradizione ribellistica, che ha tracciato una linea quasi ininterrotta di sovversivismo a partire dai moti risorgimentali e fino alla guerra partigiana, ha anche un’altra peculiarità: l’antifascismo annovera una corposa componente femminile che molto irrita il sistema di rigide regole alla base della politica familiare fascista. Molte donne fanno politica, non solo vi sono negli archivi ben 50 attiviste “biografate”, ma in città centinaia di operaie continuarono a scioperare, a ribellarsi e protestare fino al 1931 e quando non fu più possibile ribellarsi apertamente, rimaneva percepibile, in città una corrente sotterranea alimentata dalla solidarietà di genere e mai interrottasi, come dimostrano le condanne di donne per reati di sovversione, tra il 1927 e il 1941. Se nel 1923 in città c’erano solo 300 o 400 fascisti, è pur vero che con l’andare del tempo e con lo stringersi della morsa della sorveglianza in una città il cui porto era ritenuto di importanza strategica e che pertanto richiedeva mezzi di sorveglianza straordinari, molti cittadini finirono per tesserarsi ed aderire al PNF…

Per esemplificare la situazione che viene a crearsi a Livorno durante il ventennio, ben si presta la citazione tratta da I passatempi dei romani antichi, di Riccardo Marchi che Marco Rossi sceglie come frase di apertura del suo Livorno clandestina: “Il malcontento che c’era bisognava percepirlo con l’udito del barone di Münchhausen […] Per fortuna che polizia e fascisti professionali, da non confondersi con Per Necessità Familiare, non possedevano questo udito”. Le ricerche accuratissime e il consistente numero di documenti citati e fotografati nel libro rendono un prezioso servigio non solo alla storiografia ma alle vite altrimenti anonime e dimenticate delle centinaia di sarte, dattilografe, operai della nascente industria, muratori, cementisti, portuali, arrotini, giornalisti, intellettuali, socialisti, comunisti, anarchici che per “orgoglio labronico” o convinzione politica non si sono piegati al regime e nel corso di oltre vent’anni hanno subito bastonature, purghe, imprigionamenti, esili, assassini, licenziamenti e schedature. Marco Rossi è uno studioso dei conflitti politici, in particolare quelli del Novecento italiano e in questo testo ha dedicato alla peculiare storia ribellistica di Livorno un’attenzione meditata e vigile, non lasciandosi sfuggire ambiguità e contraddizioni, facendo luce nelle zone d’ombra e non velando le verità scomode con la pietosa agiografia spesso riservata ai martiri politici. L’autore coniuga sapientemente rigore storico e passione politica aprendo uno squarcio realistico e appassionante su aspetti poco noti della propaganda, della repressione, della legalizzazione della violenza messe in opera dal regime fascista a Livorno e contrastate quasi ininterrottamente da organizzazioni operaie basate sulla clandestinità e la solidarietà, oltre che con azioni armate e gesti di protesta spesso individuali durante tutto il ventennio.



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