Lo schiaffo

Christos Tsiolkas
Ci sono proprio tutti gli amici e i parenti di Hector e Aisha al barbecue che hanno organizzato nel loro giardino in questo pomeriggio di fine estate australiana, nei sobborghi di Melbourne. Oltre ai padroni di casa, una coppia di quarantenni di origini miste (greco lui e indiane lei), ci sono il cugino Harry con la bella Sandi, la brillante sceneggiatrice televisiva Anouk e il suo ultimo toyboy, i genitori di Hector, Manolis e Koula, Connie, che lavora al laboratorio veterinario di Aisha, con il suo migliore amico Richie, entrambi adolescenti. C’è anche Rosie, l’amica di lunga data di Aisha, con Gary, che come sempre ha alzato un po’ troppo il gomito, e con il piccolo Hugo, il piccolo e viziato Hugo. È venuto pure Bilal, un aborigeno da poco convertito all’Islam, in compagnia della moglie dal cui velo scappano ciuffi di capelli di un rosso irlandese. Sembra tutto scorrere senza intoppi, nonostante l’accozzaglia di persone così diverse, quando le urla isteriche di Hugo richiamano tutti gli adulti nella stanza in cui stanno giocando i bambini. È in quel momento che la situazione precipita, quando Harry alza la mano e la lascia ricadere sonora sulla guancia del bambino. Da questo schiaffo prende avvio come un tornado la caduta dei precari equilibri, lasciando emergere nuovi e vecchi dissapori e incomprensioni, che solo apparentemente si riducono alla denuncia che Rosie deposita in tribunale nei confronti di Harry e agli schieramenti che da essa nascono…
Lo schiaffo è un romanzo molto atteso in Italia come nel resto del mondo, osannato dalla critica e da grandi e prestigiosi nomi della letteratura come quello di Colm Toibin, che paragona Tsiolkas addirittura a Jonathan Franzen e Don DeLillo. Tsiolkas ha molto in effetti dei grandi narratori americani, della lente d’ingrandimento sotto la quale mettono la borghesia anglosassone per sviscerarne i rapporti e le dinamiche, grattando sotto la patina brillante di perfezione e felicità. Lo scrittore, figlio di emigranti greci, compie quest’operazione chirurgica sulla società australiana, con particolare attenzione per la sua generazione, quella dei quarantenni della media borghesia. Si avvale dell’espediente sempre di successo (se ben maneggiato, ovviamente) dell’alternanza di punti di vista, lasciando un capitolo a quasi tutti i personaggi presenti al barbecue. La società australiana viene messa a nudo, in tutte le sue contraddizioni e questioni irrisolte. C’è la bionda Rosie che si sente a disagio in compagnia dell’aborigeno, Gary che non sopporta l’educazione e la disponibilità economica degli amici snob della moglie, Hector che si finge a fatica un padre di famiglia responsabile mentre intrattiene una storia clandestina con Connie. E ci sono tutti i pensieri disillusi di un gruppo di persone disilluse e rancorose che per caso finiscono allo stesso barbecue. Purtroppo infatti i sentimenti di disillusione che vive l’autore, che in un’intervista a The Guardian afferma di credere che la sua generazione abbia fallito su tutta la linea, emergono in modo preponderante da tutti i suoi personaggi maschili. La vita di coppia per ciascuno di loro non è che una rinuncia e una gabbia in cui hanno accondisceso di chiudersi più o meno volontariamente, scappando ogni tanto al pub a ubriacarsi per dimenticare che la moglie e i figli esistano o riscaldandosi tra le braccia di amanti che i modo surreale si lasciano trattare come delle prostitute da bassifondi sorridendo compiaciute. Non c’è speranza per alcuno di loro, non per quelle donne così stanche che abortiscono per avere il tempo di scrivere un libro né per quelle che allattano il figlio di quattro anni nella speranza che almeno qualcuno al mondo sia sempre con loro. Solo Connie e Richie e la loro generazione sembrano offrire la possibilità di una salvezza per loro stessi e suscitare una qualche simpatia, che non si riesce a provare per nessun altro personaggio. A conti fatti forse Tsiolkas non si inserisce nel solco dei grandi narratori contemporanei à la Franzen: dove il giudizio di Franzen sui personaggi è sospeso e in fondo tutti abbiamo dei lati simili alle bassezze ma anche alle debolezze così umane che descrive, qui il lettore è spinto solo a voler stare lontano dai barbecue pomeridiani dei sobborghi di Melbourne. Viene da augurarsi che quella di Tsiolkas non sia una lente di ingrandimento, quanto piuttosto una lente particolare che legge la realtà in modo parziale. Perché non si prova nessuna simpatia né empatia nei confronti di quelle persone, ma solo voglia di non incrociarle mai.

 

 

 

 
 
 
 
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