Lo scrittore fantasma

Lo scrittore fantasma
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Nel 1979, Nathan Zuckerman è ancora un giovanotto di belle speranze, ben lontano dalla fama post-Carnovsky, autore giusto di qualche racconto e protagonista di un articolo sulla “Saturday Review”. Ed è con queste poche credenziali che si presenta alla porta di Lonoff, da lui considerato non solo un maestro ma un vero e proprio padre spirituale. Nathan Zuckerman viene accolto con rispetto e perfino con affetto dal burbero  Lonoff e dalla mite moglie Hope, e con un pizzico di indifferenza-diffidenza da Amy, la misteriosa ragazza scampata all’Olocausto che gli anziani coniugi ospitano in casa. Dietro l’apparente tranquillità di una vita riservata, morigerata, quasi reclusa, tra i boschi,  però, si nascondo i germi della tragedia che in qualche modo sarà scoperchiata proprio da Nathan Zuckerman…

Con Lo scrittore fantasma, pubblicato negli Stati Uniti nel 1979 e tradotto per la prima volta in Italia l’anno seguente,  Philip Roth ha inaugurato la serie dei romanzi che hanno per protagonista Nathan Zuckerman, epopea conclusasi nel 2007 (il 2008, in Italia) con Il fantasma esce di scena. Per ventotto lunghi anni, quindi, i lettori di tutto il mondo hanno potuto seguire le vicende, anzi l’epopea, del più celebre e celebrato alter-ego di uno degli autori più premiati di sempre (ma senza Nobel), nonché di uno dei personaggi più larger than life della storia della letteratura americana. Ne Lo scrittore fantasma, che certo non è un romanzo giovanile e arriva anzi ben dieci anni dopo il colossale successo del Lamento di Portnoy, e che non è nemmeno uno dei suoi svariati grandi romanzi americani (à la Pastorale americana, per intenderci) Philip Roth fa il Philip Roth, o meglio, dimostra che Philip Roth è Philip Roth. In questo romanzo breve, sicuramente meno celebre e apparentemente meno ambizioso di tanti altri, infatti, mette sul piatto i temi che torneranno costantemente nelle opere successive, e non solo quelle che ruotano attorno a Nathan Zuckerman, ma soprattutto dipana le modalità narrative con le quali tutti gli autori che dopo di lui si sono cimentati col tema del doppio autore-personaggio, hanno dovuto, fosse anche solo inconsapevolmente, fare i conti. Roth è infatti, se non l’iniziatore, il maestro indiscusso di un certo modo di fare e fondere metanarrativa ed egografia. Senza spocchia, senza arroganza, senza inoltrarsi in labirintismi intellettuali, senza mai rinunciare all’essenza stessa del romanzo (l’intrigo nel quale succedono cose, i personaggi a tutto tondo, la scrittura precisissima, la voce sempre venata di serietà e ironia, raggiungendo un equilibrio perfetto che appartiene solo a lui) Roth riflette e fa riflettere sulla scrittura e soprattutto sull’imprescindibile tema del rapporto tra l’autore e il personaggio, che sia il suo alter-ego, come nel caso di Nathan Zuckerman, o meno, come nel caso di Amy Bellette-Anna Frank. Sempre lasciandoci credere, erroneamente, che sia “facile la vita, lassù nell’egosfera”.



 

 

 

 
 
 
 

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