Lo Scuru

Lo Scuru

Seduto sotto il portico della sua casa a Milton, in West Virginia, Razziddu Buscemi guarda la sconfinata prateria dinnanzi a sé, la distesa del campo di granoturco. La porta con la zanzariera in casa sbatte e dall'interno dell'abitazione non giunge suono alcuno. Sua moglie Rosa è morta da pochi giorni, nel letto, accanto a lui. Dove sarà ora la sua Rosa? Dove sarà finito il suo cuore? Razziddu non ha molto tempo. Lo sente. È stanco, ha mal di stomaco, un dolore lancinante che da più di un anno gli divora le budella. Ha le mani vecchie, i capelli bianchi ma gli occhi sono ancora in grado di vedere la luce siciliana. Quella stessa luce che dalla minuscola Butera, tanti anni fa, lo ha portato fino a li...

Esordio potentissimo ed evocativo questo di Orazio Labbate, che attraverso una lingua cesellata e scolpita su carta con certosina e infinita cura - un linguaggio denso, impastato senza soluzione di continuità di italiano e trinacrio - rievoca l'esuberanza decorativa di certo barocco siciliano. Un flusso di pensieri in chiaroscuro che attraversa la mente lucida e il corpo malato del vecchio Razziddu il quale in punto di morte torna con la memoria alla sua vita: dall'infanzia vaneggiante alla maturità dolorosa. E ripensa alla sua terra, una Sicilia arcaica e primordiale nella quale spiritualità, misticismo, superstizione e folklore sono un unicum indissolubile. Un corpo unico dove carne e sangue sono costantemente modellati dalla durezza della terra, dall'asprezza della povertà, dal trasfigurarsi di personaggi onirici in perenne bilico tra oblio e realtà, tra immanenza e trascendenza. Lo Scuru rievoca nelle narici quell'odore acre del legno tarlato di certi confessionali degli oratori frequentati in pomeriggi assolati da bambini, là dove l'iconografia monumentale delle raffigurazioni sacre diventava nell'immaginario fanciullesco fonte di timore inconsapevole e inconfessabile terrore. Un romanzo tanto semplice nella trama quanto complesso nella lettura, che necessita per essere gustato appieno delle dovute pause, di continui stacchi, come un vino liquoroso dolce e caldo che mentre scende giù in gola tutto inebria e ottenebra.



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