Lo sfaccendato

Lo sfaccendato
Autore: 
Genere: 
Editore: 
Articolo di: 
C. vaga per Istanbul trascinandosi dietro una vita tutto sommato meschina e sommaria. Non ha una meta e niente da fare se non ciondolare, per questo lo chiamano così, lo sfaccendato. Uno sfaccendato insofferente a tutto ‒ alla noia, alla routine ‒ iracondo, pronto ad attaccare briga con chiunque. Il primo istinto di reazione che ha è sempre di violenza cieca, efferata. Eppure ce l’ha un senso di giustizia, di alterità declinata sotto forma di ricerca della diversità che sia soprattutto un amore che può nascondersi ovunque. Lo rincorre, lo lambisce, ma gli sfugge sempre. Qualsiasi donna può essere la depositaria di questa corrispondenza per sempre, forse anche la sconosciuta seduta accanto al cinema; forse quella i cui occhi e le labbra lo hanno colpito; forse quella che ha fatto un gesto che lo ha incuriosito. La donna giusta è una corsa ad ostacoli: non sai quando la troverai, per questo è necessario non smettere di andare e di saltare. Una peregrinazione ‒ quasi una ossessione ‒ iniziata dopo aver visto Ayse, la sua fidanzata, insieme a Selim. Con noncuranza, naturalezza. C. pianta tutto lì, ogni cosa è finita, con Ayse non ci sarà mai né un adesso né un domani. Così comincia ad immaginare ipotetiche storie con le sconosciute che incontra per strada, la sua mente è un reticolato fitto e fervido di immaginazione, reazioni, proiezioni. Tutto però finisce in uno sforzo di fantasia effimero che lascia il posto alla delusione e all’indolenza. E nonostante Ayse non esca del tutto dalla sua vita e diventi l’interlocutrice principale per le sue confidenze, le aperture, gli sfoghi della frustrazione, continuerà a non esserci ‒ per lei, per lui ‒ né un adesso, né un domani…

Un anno della vita dello sfaccendato C. scandito per stagioni, per altrettanti capitoli. Un ritmo in quattro tempi che ha come motivo centrale una ricerca. Ricerca di un sé da ricollocare e ricalibrare; di un porto tranquillo in cui portare un ammasso di inquietudine soffocante; di un amore che è l’unica medicina in grado di guarire un male di sottofondo persistente e che si aggrava. C. è un prototipo di solitudine senza scampo, un incubatore di rabbia inevasa: lecca avidamente i bordi taglienti della frustrazione e con la lingua che sanguina torna a cercare con ostinazione quell’oggetto misterioso che gli sfugge. Yusuf Altigan disegna un personaggio fastidioso, pieno di spigoli, pieno di limiti, pieno di vuoto che va riempito. Un personaggio/specchio in cui brulicano e si moltiplicano la refrattarietà alla rinuncia, lo spasmo imponderabile di un’assenza, la metamorfosi che trasfigura la mancanza di amore nel suo contrario insopportabile: un niente carico di buio, una pozza di petrolio dalla cui vischiosità sfuggire, un cespuglio di rovi che lascia solo graffi e tagli infetti. Alzi la mano chi non è mai stato così quando l’amore gli è mancato e questa mancanza lo ha lacerato. Lo sfaccendato è un romanzo refrattario, non immediato, faticoso e denso pur nella sua brevità. Spigoloso come il suo protagonista. La scrittura è un flusso di introversione ed estroversione. Istanbul e C. quasi si sovrappongono. È un romanzo di percezioni, di sottili cromìe, di reazioni olfattive da affrontare di cuore e non di intelletto. Va letto con lentezza, con lo stesso passo di C. per le vie di Istanbul e col rischio atroce di farsi prendere dalla sua stessa indolenza, dal suo stesso senso di insaziabilità che striscia e monta e trabocca. Una lettura non ordinaria, da luce soffusa, da notte, da pioggia, da abat-jour. Certo non una lettura da ombrellone.

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER