Lo sguardo della farfalla

Lo sguardo della farfalla

Quando il professor Giovanni Sterpa riceve quell’eredità quasi non crede alle sue orecchie e alle parole del notaio. La contessa Rita della Ruspa ha lasciato a lui e a lui solo (se non si conta Erminio, il custode) la sua villa contenente non tanti quattrini ma una magnifica biblioteca in cui convivono senza lotte libretti in brossura di dubbio gusto e antichi incunaboli, prime edizioni e romanzetti sentimentali. Una così ricca biblioteca è un affare da non sottovalutare, soprattutto quando la si riceve solamente perché molti anni prima si è scritto un certo articolo accademico su un libro senza infamia e senza lode pubblicato in Italia negli anni Settanta. Il guardo della farfalla. O forse Il guado della farfalla, i bibliotecari non sono stati troppo precisi nella sua catalogazione. Il professor Sterpa scrisse quell’articolo molti anni prima, e ad esser sinceri senza particolare attenzione. Così fatica non poco a ricordare di cosa parlasse nello specifico. A complicare le cose, il libro in oggetto è irreperibile, perfino alla biblioteca centrale di Firenze. Un bel guaio, una situazione disperata. Per fortuna poco lontano da Villa della Ruspa lavorano indefessamente degli straordinari cacciatori di libri. Duccio Tancredi, gestore della rinomata cartolibreria Coraggi, si avvale nel suo lavoro da bibliofilo di validi aiutanti, fra cui il fido factotum Demi K., l’ex-alpino Matteo Genisi (passato dalle missioni in Afghanistan al mondo libresco senza alcun rimpianto) e il serafico (serafica forse?) Monsignore, che per ogni nuova avventura ha sempre un urlo di guerra, solitamente un pigro “Miao”. Oltre allo zoccolo duro del circolo di lettori noto come il Pio Convento fanno parte anche il vecchio grecista Calafava, la maestra di sci Gegia, lo studente (nonché bulimico lettore) Silvio e il farmacista (un po’ druido) Malerba. Questa volta l’avventura è bella seria: nel cercare Il gua(r)do della farfalla, il circolo di illuminati lettori si imbatte niente poco di meno che in un verdissimo fantasma che assedia la biblioteca. Anche se Erminio, il custode, è pronto a giurare che non sia cavalleresca e spettrale l’apparizione, ma diabolica e femminea: Masche, insomma…

Se la maggior parte delle volte è davvero complicato ascrivere un romanzo a un solo genere letterario, questa volta cercare di imbrigliarlo sarebbe pura follia. Fra le pagine di Lo sguardo della farfalla si trovano il romanzo d’avventura e picaresco, la ghost story gotica, il romanzo cappa e spada, lo spionaggio e il giallo classico, la cronaca storica (si ricorda il disastro di Seveso del 1976), il sentimentale e l’umoristico, il folklore e i libri immaginari. I cavalieri della Tavola Rotonda (e in particolare Sir Gawain) e Il Circolo Pickwick. Mario Baudino, giornalista e in un certo senso anch’egli “cacciatore di libri” per il quotidiano “La Stampa”, su cui scrive di cultura ed editoria, ci regala un romanzo ricco di suspense, che piacerà (da matti) a chi almeno una volta nella vita ha immaginato di vivere una grandiosa avventura dentro un libro. Un’avventura che spesso mette i brividi, in cui spettrali apparizioni verdi bardate di mantelli fanno il loro ingresso in biblioteca per spaventare gli eroi dei Due Mondi (fuori e dentro i libri). Eroi che non si fanno certo intimorire, armati fino ai denti di Barolo chinato, di un’onorevole cultura (deliziose le citazioni da Nero Wolfe, specchio letterario del corpulento Duccio, Sherlock Holmes – Demi K. è tal quale a Watson, elegante narratore della storia – ed Edgar Allan Poe, nonché quelle dei poeti gaelici delle gesta cavalleresche) e di preziosi “googlatori” seriali come aiutanti. Eroi moderni che hanno nemici da spy-story, come il solerte capitano dei carabinieri Lorenzo Inghigliosi e la “vampirona” francese Chantal Leduc, e mezzi amici dal sorriso da iena come la giornalista Giuditta Salvatoni. Nonostante la ricetta ricca, strabordante di ingredienti, la lettura non risulta mai pesante da digerire: è rapida, è divertente con lo stuolo di personaggi ben assortiti che si muovono (ognuno con il suo stile) fra le pagine, non prive di ordinaria poesia (“fissava la schiuma del cappuccino come fosse l’onda divoratrice di un maelström”). C’è davvero da ringraziare che “per fortuna c’è il dio dell’avventura, che non bada allo squallore né all’eleganza” se partendo da un libro scritto negli anni Settanta da un autore “lordo e balordo” l’autore dei nostri giorni abbia saputo creare un ordito che in fondo è un inno all’amore per la Lettura: pur scrivendo di una storia in cui Il genio della perversione ha messo il suo sardonico zampino ha coraggiosamente risposto con un “Miao” in cui c’è un’intera biblioteca da scoprire.



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