Lo spazio dei sogni

Lo spazio dei sogni

La madre di David Lynch, Edwina Sundholm, veniva da sangue finlandese; cresciuta a Brooklyn, in un ambiente metropolitano ed estraniante, sradicato dalla natura, studiava tedesco e inglese. Era una piccolo borghese. Il padre, Donald Lynch, era un uomo di campagna, nipote e pronipote di contadini; incontrò la sua futura moglie in una gita nei boschi, in North Carolina, dove si stava specializzando in entomologia. Si sposarono sei anni più tardi, nel 1945, e di lì a poco Donald fu assunto come ricercatore dal Dipartimento dell’Agricoltura di Missoula, in Montana. Là nacque David Keith Lynch, il primo dei loro tre figli. Nel 1948 si trasferirono a Spokane, Washington, nel 1954 a Durham e nel 1955 a Boise, Idaho, dove David Lynch passò gli anni decisivi e più intensi della sua infanzia e della sua adolescenza, fino al 1960. Boise era una cittadina di provincia in cui i ragazzini avevano libertà oggi inimmaginabili, potevano tranquillamente scorrazzare per la strada e stare tutto il pomeriggio con gli amici, circondati dai boschi e dalle montagne. La famiglia Lynch era molto unita e benvoluta; il piccolo David era un boy-scout che mostrava diversi talenti: uno, naturale, per il disegno, un altro per la socialità – aveva un’energia sconfinata e una solarità contagiosa. Aveva passione per il baseball, lo sci e il nuoto e adorava il cinema. Era capace di raccontare per ore dettagli dei film che aveva appena visto in sala ai suoi fratelli. Il padre, Donald, lavorava nei boschi, si occupava degli alberi malati: forse fu proprio questo a rendere David consapevole del “dolore folle e del disfacimento” che incombono sotto la superficie delle cose. Lynch adorava gli alberi, era cresciuto in mezzo agli alberi e sentiva un legame fortissimo con la natura. Una delle sue ragioni di inquietudine era la sofferenza della natura: l’altra, più profonda e radicata, era la vita metropolitana. Ogni volta che doveva andare a trovare i nonni materni, a New York, si sentiva a disagio o in ansia, e sembrava profondamente turbato. “A volte ti basta entrare in una stanza per cogliere che qualcosa non va, e quando andavo a New York, quella sensazione mi avvolgeva come una coperta. In mezzo alla natura c’e una paura diversa”. Quando la famiglia Lynch si dovette trasferire ad Alexandria, in Virginia, per via del trasferimento del padre, fu come se la musica si fosse spenta, per il piccolo David...

Lo spazio dei sogni (Room to Dream) è un “quasi memoir”: gli artisti, il maestro David Lynch e la giornalista californiana Kristine McKenna, intendevano pubblicare un lavoro sperimentale: “La conversazione di una persona con la propria biografia”. Cosa significa? Significa che questo libro è un canto a due voci: in un capitolo leggiamo la biografia del papà di Twin Peaks, scritta nel pieno rispetto del genere (interviste a famigliari, ex mogli, attori, collaboratori e via dicendo, apprezzabile scandaglio delle vecchie interviste di Lynch, etc), nell’altro leggiamo l’interpretazione (o le correzioni, o le integrazioni) data da Lynch. Nelle parole degli autori: si intendeva “produrre una biografia che fosse il più possibile accurata, definitiva: ciò significa che i fatti, le cifre e le date sono precisi, e che nessun attore, di primo o di secondo piano, è rimasto escluso”. Ciò significa che quando, tra trenta o cinquant’anni, un pazzo, un malato di ambizione o un megalomane vorrà misurarsi con la complessità, la profondità e la poliedricità del talento di Lynch per scriverne una nuova biografia non potrà che consultare ripetutamente e diffusamente questa fonte. In subordine, Lo spazio dei sogni non intende – nelle intenzioni autoriali – “essere un’analisi dei film e delle opere d’arte di Lynch [...]: questo libro è il racconto di ciò che è accaduto, non la sua spiegazione”. È piuttosto un clamoroso campionario di aneddoti e di retroscena di vario genere, sia sentimentali sia cinematografici, e una (sintetica) autobiografia poco romanzata, più vicina a un caotico e nervoso taccuino di appunti che a un’autobiografia strutturata. L’edizione Mondadori include una dettagliatissima filmografia, una cronologia delle mostre (inclusa quella organizzata dal leggendario Leo Castelli nel 1989), l’elenco delle fonti, un sintetico apparato di note, un fondamentale indice delle illustrazioni, l’indice dei nomi e infine brevi note sugli autori; magnetica e ispirata la foto dell’artista bambino in copertina, notevole l’apparato iconografico (decine e decine di foto b/n, adottate come saporito interludio tra un capitolo e l’altro; si tratta di foto provenienti, per lo più, dall’archivio di Lynch). Che esperienza estetica è stata? Considero Lo spazio dei sogni un esperimento tecnicamente interessante ma solo parzialmente riuscito, nel senso che in certi frangenti il capitolo di controcanto lynchiano finisce per costituire, per lo più, una robusta ripetizione e una prolissa variazione sul tema; la sensazione è che il vecchio regista di Eraserhead avesse una gran voglia di vuotare il sacco e poco metodo per farne letteratura. La McKenna non ha la storia autoriale o l’esperienza artistica per potersi misurare con un simile gigante, alle spalle ha soprattutto un enorme mestiere da intervistatrice (e come intervistatrice, di centinaia di persone, ha dato decisamente il meglio di sé): ciò costituisce un limite, perché si percepisce una distanza siderale tra le due personalità, mitigata soltanto da quello che immagino sia un reciproco affetto, e periodicamente Lynch esonda, tracima e in un certo senso “riscrive”, imponendosi come un editor sbrodolone su un esordiente timido e arruffato. Detto ciò, sono più che convinto che questo libro farà la gioia dei fan e degli aficionado, per varie e ovvie ragioni: è il primo (e immagino unico) libro del genere, perché altrimenti del maestro Lynch esistevano raccolte di interviste o giù di lì; è un campionario di foto, di aneddoti e di ricordi periodicamente affascinante; è una visione di insieme su un’intelligenza straordinaria, e su una dimensione artistica, quella registica, particolarmente sofisticata e ricercata; è decisamente ben fatto nella restituzione dell’infanzia, dell’adolescenza e della prima giovinezza di Lynch. È un libro che restituisce voglia di vedere diversi vecchi film, e non ha paura di ammettere fallimenti e sbagli (Dune), progetti abbandonati, disastrose contraddizioni nella vita sentimentale e famigliare, lasciando intuire vuoti e assenze dell’uomo Lynch dovuti soprattutto all’ossessiva, strabiliante dedizione all’arte: al cinema, alla pittura, in subordine addirittura alla musica, negli ultimi anni, senza dimenticare l’artigianato, qua e là. È un libro che più volte scintilla della spiritualità e del fatalismo lynchano, della sua fame di mistero e di bellezza; in certi frangenti, è un invito a perdersi, scritto da chi non crede che tutte le strade siano perdute e tuttavia sa che esistono un sacco di luoghi in cui perdersi, con diverso piacere.



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