Lo spettro dei barbari

Lo spettro dei barbari
Sui banchi di scuola abbiamo imparato che i “barbaros” erano per i greci tutti quei popoli che vivevano nelle terre circostanti e che non parlavano greco. Inferiori? Meno umani? No, semplicemente “diversi” perché in possesso di una lingua diversa che rendeva difficoltosa la comunicazione con loro. Da qui il sospetto. Da sempre si pensa che i Barbari, esattamente come “noi”, abbiano – oltre ai loro usi e costumi – anche regole di comportamento e principi etici, che tuttavia ci appaiono vaghi e poco comprensibili, portandoci a ridurre al minimo i nostri contatti con loro e a mantenere quelle che riteniamo le giuste distanze. Scrive Bauman: “La mancanza di fiducia e la distanza tendono ad auto-alimentarsi e ad auto-rinvigorirsi, mentre le loro cause prime diventano profezie auto-avveranti.” La paura e la diffidenza nascono dall’attraversare un territorio che non si conosce, all’interno del quale mancano i consueti e rassicuranti punti di riferimento “familiari”. Un ulteriore motivo di disagio nei confronti dei “barbaros” è che essi ci mostrano inevitabilmente la possibilità di uno stile di vita alternativo, che può rappresentare una sfida alle nostre regole sociali che, in genere, accettiamo e pratichiamo senza mai porci dubbi o domande. Come si difendono, dunque, le società dalla “minaccia dei barbari”? Bauman fa ricorso all’antropologia per spiegarlo e cita Claude Lévi- Strauss. Secondo l’antropologo francese in tutte le epoche le tribù e le nazioni hanno adottato essenzialmente due strategie, una “antropofagica” e una “antropoemica”. La prima consisteva nel “divorare” lo straniero, sia metaforicamente sia, in alcuni casi, fisicamente. Il barbaro viene inghiottito, assorbito e digerito dalla società. La seconda strategia, al contrario, consisteva nel “vomitare” lo straniero, isolandolo dai nativi, costringendolo ad andarsene o sterminandolo…
È cambiato qualcosa da quel tempo arcaico? La bellezza di questo agile e breve saggio di Zygmut Bauman sta proprio nel tracciare una continuità fra le società antiche e la nostra epoca. “L’intuizione” che lega passato e presente è quella di considerare i barbari, oltre che come diversi e strani, anche come inferiori, rozzi, bestiali, immaturi. “Fu in questa nuova accezione che i termini ‘Barbari’ e ‘barbarie’ vennero ereditati dall’era moderna, adeguati e adottati, poi, per servire (per promuovere e giustificare) un’Europa destinata alla superiorità globale e alla guida del pianeta. (…) Elevare i ‘Barbari’, con o contro la loro volontà, al di sopra della loro stagnazione e arretratezza, divenne la ‘missione dell’uomo bianco’.” Che fine ha fatto, allora, quel concetto illuminista di cultura inteso come progresso verso una condizione umana universale? Secondo Bauman è stato sostituito da quella che lui definisce modernità liquida: “una condizione di logorante guerra permanente intrapresa contro qualsiasi sorta di paradigma e qualsiasi congegno di omeostasi, di promozione della conformità e della routine, tesa a sostenere eventi ripetitivi e monotone riproduzioni di schemi.” Zygmunt Bauman, uno dei maggiori sociologi contemporanei e osservatore lucido e critico della civiltà contemporanea, ci offre un ulteriore e prezioso strumento per riflettere su uno dei temi più scottanti del nostro tempo.

 

 

 

 
 
 
 
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