Lo spirito del tempo

Lo spirito del tempo

I giovani leoni, Una diga sul Pacifico e Il ponte sul fiume Kwai si pongono al di sopra della produzione corrente, e si giunge in questi casi specifici a un compromesso particolarmente interessante tra l’happy end e il finale naturale, tragico. Del resto il romanzo tradizionale, il feuilleton e le varie modalità di racconto connotano in maniera piuttosto precisa l’attualità, ne sono sintesi e specchio di abitudini, istanze, passioni, richieste, esigenze e dinamiche ormai da molto tempo. Ne I giovani leoni, il tedesco Christian Diestl (Marlon Brando), personaggio profondamente simpatico, muore comunque, anche se avrebbe potuto arrendersi agli americani e abbandonarsi a una commovente professione di fede democratica. Ma questa morte è eclissata dal felice ritorno di Noah Ackerman (Montgomery Clift). Una diga sul pacifico si conclude simultaneamente col trionfo dell’amore, il proseguimento da parte del figlio dell’opera della madre e il distacco tra fratello e sorella, e come ne Il ponte sul fiume Kwai si attenua la radicale assurdità di uno sforzo vano…

A cura di Andrea Rabbito, giovane ricercatore in Cinema, fotografia e televisione, docente di Cinema e cultura moderna e Linguaggi audiovisivi per la formazione presso l’Università degli Studi Kore di Enna, saggista e autore del volume L’illusione e l’inganno. Dal Barocco al cinema edito otto anni fa, e con l’introduzione di Ruggero Eugeni (tra l’altro professore ordinario di semiotica dei media formatosi con Gianfranco Bettetini e Francesco Casetti proprio nel campo della semiotica del visivo e dell'audiovisivo), la nuova edizione de Lo spirito del tempo sorprende prima di tutto per un motivo. Sembra scritta domani. E invece l’opera nel suo complesso è vecchia di decenni. Attraverso una nuova traduzione che comprende anche saggi finora mai trasposti in italiano del pensatore francese (di cui si riportano anche due prefazioni, una di dodici anni fa e una addirittura del 1975), lucidissimo epistemologo – e non solo – ora alle soglie dei novantasette anni, uno dei massimi intellettuali contemporanei e punti di riferimento nel settore, pioniere dell’approccio transdisciplinare e del cosiddetto pensiero complesso che lui stesso definisce come un pensiero consapevole in partenza dell’impossibilità della conoscenza completa e animato da un costante dualismo, una tensione permanente tra l’aspirazione a un sapere non parcellizzato, non settoriale, non riduttivo, e il riconoscimento dell’incompiutezza e della incompletezza di ogni conoscenza, il lettore, che sperimenta un linguaggio semplice e divulgativo ma al tempo stesso profondissimo e mai banale, ricchissimo di sfumature e dettagli, non può non riflettere, imparare, capire. E soprattutto non accorgersi delle occorrenze e delle ricorrenze che esistono nella società, di come con ogni evidenza i segnali di molto di ciò che caratterizza, nel bene ma soprattutto nel male, la società dei nostri anni in realtà siano vecchi di decenni, siano stati previsti da Morin – questo testo ne è la prova – ma non si sia stati in grado di capirne davvero portata e conseguenze. La critica intellettuale, che è cosa ben diversa dalla critica degli intellettuali, l’esegesi dell’industria del settore, concentrata più che altro sulle modalità produttive, come se la cultura fosse una mera merce come tutte, da cui ricavare in primo luogo profitto, l’analisi del pubblico, dell’arte, dei temi, dell’estetica, dei valori che vengono proposti e della crisi di un intero sistema, di cui si propone una riforma, sono temi all’ordine del giorno e indispensabili per il progresso individuale e collettivo, e nel testo se ne parla in modo mirabile.



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