Lo splendore dei discorsi

Lo splendore dei discorsi
Ingegnere affermato, una moglie, una bella bambina. Famiglia, lavoro, vacanze, tutto regolato su un binario prestabilito in cui la fermata dolore non sembra prevista. E invece un tragico scherzo del destino lo travolge, lo fa piombare nel dolore più assoluto, nella solitudine totale. Moglie, figlia, la confortante routine fanno parte di un passato che non esiste né tornerà più. Inizia a cercare soddisfazioni effimere in una vita sociale che mai gli era piaciuta, si nasconde dietro un’indifferenza che i più chiamano coraggio ma che in realtà è solo incapacità di affrontare il dramma della sua esistenza. Un gelo, il suo, che viene notato e per così dire apprezzato da un tale Brunetti, criminale dall’aspetto di uomo in carriera. E così la sua freddezza, assieme alla sua formidabile mira - dote che finora gli era servita unicamente da bambino per battere gli amichetti colpendo scoiattoli - diventano  doti su cui costruire una nuova vita parallela, quella del sicario: perchè solo lui, che non ha più nulla da perdere, può permettersi di accumulare un enorme quanto inutile capitale ammazzando sconosciuti. Ma la vista di due persone, un ragazzo problematico talmente emaciato da assomigliare a Franz Kafka e un’innocente signora che gli è stato chiesto di uccidere, ignari di far parte di un suo oscuro disegno, daranno una piega diversa agli eventi...
Inquietante e curioso, il romanzo di Giuseppe Aloe indaga in maniera stravagante i contorti meccanismi mentali che si instaurano quando una tragedia irrompe nella nostra vita. Il suo protagonista non ha nome, non ha provenienza, ha solo un grande enorme dolore. Già in precedenza pare lasciarsi vivere dalla routine quotidiana, almeno secondo il poco che traspare dalle prime pagine, prima cioè che la morte distrugga la sua famiglia. Successivamente reagisce all’accaduto facendosi trasportare dagli eventi in maniera spaventosa, compiendo, senza rendersi conto di nulla, efferati omicidi, senza dare valore alle vite che cancella o forse dandogliene uno misero, insulso. Entra a far parte di un giro che disprezza, ne diventa un tassello fondamentale, è l’esecutore finale. Aloe racconta un personaggio tanto assurdo da essere fin troppo reale, col suo sguardo nichilista attraverso cui filtra il dramma della sua vita, dotato di una freddezza simile a quella del protagonista di Caos calmo di Sandro Veronesi: stessa irreale presa di distanza dai fatti, stesso istinto autodistruttivo, stessa voglia di far male, pur senza uccidere, nel caso di Veronesi. Personaggi che vivono trattenendo il respiro per non restare soffocati e che per sopravvivere al dolore trovano espedienti peculiari, personali.  E il tutto è reso alla massima potenza dalla  scrittura di Aloe, secca, aspra e proprio per questo espressiva fino ad essere tagliente.

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