Lo splendore dell’aquila nell’oro

Lo splendore dell’aquila nell’oro
Quando Enrico VII di Lussemburgo viene incoronato imperatore è il 1312 e l’Italia è una “terra divisa e in disordine, in preda a lotte pericolose tra fazioni, per prenderne le redini e guidarla”. Enrico però non se ne cura e affiancato da un gruppo di accoliti si muove sulla Penisola con lo scopo di innalzare “l’Antifazione, instaurando finalmente un’era di pace”. Ma l’impresa non si rivela facile e in Italia il Lussemburghese viene messo duramente alla prova dal destino. Il primo colpo è la morte improvvisa della moglie, un accadimento tragico e sconvolgente che lo strazia irreparabilmente nel profondo. La seconda stoccata lo colpisce invece quando si rende conto che a manovrare la resistenza e la diffidenza nei suoi confronti da parte delle fazioni politiche costituitesi in Italia, in particolare delle leghe guelfe della Toscana, è il re di Napoli, Roberto d’Angiò, ampiamente spalleggiato dal papa Clemente V che inizialmente aveva invece appoggiato la sua ascesa imperiale. Profondamente addolorato per il lutto patito ed esterrefatto per il voltafaccia subito, in un primo momento Enrico tentenna, ma successivamente, sorretto dalla fede in Cristo, rincuorato dal benevolo incitamento di alcuni intellettuali, fra tutti Dante Alighieri, e incoraggiato da amici fidati decide di dichiarare guerra al Regno di Napoli perché sa che sconfiggendo re Roberto realizzerà il “suo sogno di pacificare l’Italia”. Un coraggio altero e forte il suo, ma sarà sufficiente per condurlo all’ambita meta? 
Lo splendore dell’aquila nell’oro ha l’essenza della Storia, la forma del romanzo e il sapore dell’inchiesta. Esso espone gli eventi storici dell’Italia di inizio XIV secolo, mostra la scaltrezza dei giochi politici, sottolinea l’ambiguità degli uomini di potere, riporta le lotte insidiose che si consumano tra uomini appartenenti allo stesso popolo, ma militanti in sette diverse, mette in risalto la lungimiranza di alcuni intellettuali, romanza la debolezza, la sofferenza, le imperfezioni, i timori e la fierezza di un uomo che è anche un imperatore, ma soprattutto solleva e approfondisce scottanti punti di domanda: “Perché Enrico VII di Lussemburgo, Imperatore e Re d’Italia, continua a essere pressoché sconosciuto da noi? Eppure Dante assegna alla sua figura un posto ai massimi vertici del Paradiso – e con tanti intellettuali dell’epoca plaudì alla sua discesa in Italia per drizzarla. […] Riluttanti gli storici italiani, di ieri e di oggi, a restituire all’Alto Arrigo la giusta dimensione morale – e biografica – che merita. Perché quest’omertà? Aveva forse preso un abbaglio, il Padre della lingua italiana?”. Questi fattori - dal primo evento esposto fino all’ultimo quesito approfondito - non lasciano il passo ad alcuna sbavatura e insieme diventano cerchi calibrati e concentrici di un’unica ricca opera da cui zampillano brani che parole felicemente erudite hanno vergato con spessore; considerazioni veramente acuminate e che solo appassionate e sapienti ricerche hanno potuto generare; intrecci misteriosi e trascinanti che inducono gli occhi a fermarsi per consentire alla mente, ormai sedotta e incuriosita, di meditare sulle possibili finte verità affermate dalla Storia e sulle plausibili vere realtà invece taciute. Un lavoro chiarissimo in cui nulla è fuori posto e tutto è musicato dall’armonia.

 

 

 

 
 
 
 
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