Lo squalo da 12 milioni di dollari

Lo squalo da 12 milioni di dollari
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Le strategie dietro il mercato dell’arte sono predeterminate: tutti seguono regole dettate dagli addetti ai lavori. Parlare di un’opera la rende con il passare del tempo un’opera d’arte. Uno squalo viene acquistato a meno di diecimila dollari da un’artista famoso, Damien Hirst, dopo aver sparso semplici cartelli “Cercasi” in giro per la costa australiana, viene immerso nella formaldeide ed esibito in una teca in un museo importante con un nome lungo e accattivante che parla di caducità della vita. Tutti si interessano, le voci girano e ben informati dicono che è stato comprato per dodici milioni di dollari. Ovviamente la notizia verrà smentita, ma la somma sborsata per questo animale morto (e che necessita perennemente di restauri) supera sicuramente il milione di dollari. Cosa dimostra il caso Hirst? Oltre ovviamente all’imprenditorialità dell’artista, capace anche di vendere qualche anno più tardi un teschio di platino ricoperto di brillanti e denti umani? Che l’arte contemporanea è per pochi che si vantano di comprarla e, forse, di comprenderla? Che superata la concezione di un’arte figurativa e quasi didascalica ormai siamo destinati ad accettare che i cani enormi di Koons o gli impacchettamenti di Christo siano l’unica forma di arte che attira l’attenzione? Spesso i pochi acquirenti che si possono permettere di spendere cifre da capogiro decidono di investire sul nome di grido. Il tempo è poco e non hanno intenzione di perderlo ad informarsi su quello che c’è dietro. L’artista diventa un brand creato da uno scaltro gallerista o da un abile addetto al settore. Sta poi alle case d’asta pubblicizzare la vendita del brand con i giusti canali…

Donald Thompson svela le dinamiche dietro il mondo dell’arte con uno stile asciutto, giornalistico. Anche se non si sofferma troppo sui vari casi raccolti, risulta evidente che ciò che c’è dietro quello che vediamo all’interno di una galleria o di un museo di arte contemporanea, spesso, è il prodotto di rigide norme di mercato. I nomi di cui parla sono tra i più noti, non soltanto per coloro che annoiati decidono di “comprare dell’arte”. Il suo è uno sguardo da economista. I soldi sono al centro del discorso e anche i moltissimi aneddoti citati dimostrano come in molti casi il cartellino attaccato ad un “prodotto artistico” (quasi nel senso più manifatturiero del termine) è l’elemento più importante. Non fa mistero del fatto che il suo interesse per questo rutilante mondo è nato sbirciando ed origliando conversazioni da Sotheby’s a Londra, e facendo successivamente la conoscenza con il suo presidente, Peter C. Wilson. Proprio in una casa d’aste dove le potenzialità economiche di un’opera vengono messe in evidenza e sono spesso al centro delle accese battaglie tra interessati acquirenti. Ovviamente, i tempi in cui si assisteva a lotte all’ultimo sangue, o sarebbe meglio dire milione, nelle stanze di Christie’s, degne quasi di uno spettacolo teatrale, sono finiti. Adesso coloro che investono sono pochi e provengono principalmente dai paesi dell’Asia Orientale. Tutti sanno che non si ha a che fare con titoli azionari, il mercato è fermo e poco movimentato. I punti fermi sono pochi ma significativi: il ritratto di una bella donna si rivaluterà di più di quello di un’anziana brutta, un gallo vende di più di un’anatra selvatica, i colori accesi sono preferiti a quelli opachi. E poi c’è l’oscenità. Come disse il famoso banditore di Sotheby’s, Tobias Meyer, nel 1927, “l’oscenità vende”.



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