Lo Stato illegale

Lo Stato illegale

Sin dall’Unità nazionale, la storia del nostro Paese si intreccia profondamente a quella della mafia. Di fronte ad essa, la classe politica e i tutori della legge si sono divisi in due schieramenti: da una parte coloro che la mafia l’hanno combattuta e la combattono – pagando con la vita, rischiando la vita – dall’altra coloro che ne sono conniventi e ne ricavano quindi voti, sostegno, arricchimento, potere. Ancora oggi, si procede ad una mistificazione e copertura delle risultanze di processi, peraltro molto noti all’opinione pubblica, in cui le responsabilità di alcune figure di spicco (un esempio eccellente, il tre volte presidente del Consiglio Giulio Andreotti) sono state accertate, pur se prescritte. Si preferisce non dire e non vedere, in alcuni casi – tristemente – addirittura coprire. Perché se davvero tutto fosse squadernato agli occhi del popolo italiano, allora molti si chiederebbero: qual è veramente lo “Stato illegale”? Quello costruito dalla mafia – un vero e proprio organismo strutturato, con regole interne e figure di governo – oppure quello in cui viviamo noi, cittadini ignari, convinti che il governo, la magistratura, le forze dell’ordine ci tutelino e ci difendano dalla criminalità e dall’ingiustizia, ignorando che invece una parte delle istituzioni collude con i mafiosi e ne trae profitto? Nel cercare una risposta percorrendo la storia della mafia in Italia, pur di fronte all’intrico invincibile e complesso degli attentati, delle stragi, degli omicidi, dei ricatti, dei processi, emerge netta la linea di demarcazione negli anni Ottanta, costituita dal Maxi-processo alla Cupola, dopo il quale fu prima guerra aperta, poi trattativa, infine – ai giorni nostri – silenzio inquietante. E la mafia, ancora viva e vegeta, come un camaleonte muta i suoi panni, si mimetizza in modo sempre più pervicace e letale con chi ha il potere di lasciarla agire indisturbata, mentre avrebbe l’obbligo di mozzarle il capo con un taglio netto...

Gian Carlo Caselli (Alessandria, 1939) e Guido Lo Forte (Palermo, 1948) sono magistrati di chiara fama che da tempo combattono la mafia con le armi non solo della legge, ma anche della “conoscenza”, nel senso che si impegnano a diffondere nel largo pubblico le risultanze delle loro istruttorie e indagini, allo scopo di abbattere qualsiasi ingenua convinzione riguardo al fatto che la mafia sia un fenomeno interno alla Sicilia e alle faide familiari. Nei loro scritti, specie nelle numerose pubblicazioni di Caselli, emerge chiaro il carattere politico, economico, finanziario e, da circa vent’anni a questa parte, anche imprenditoriale, su scala almeno europea, che questo fenomeno criminale ha assunto, in linea con ciò che parallelamente Roberto Saviano denuncia circa le attività della camorra napoletana. Lo Stato illegale è un saggio conciso per estensione, ma densissimo di riferimenti, tra fatti storici e fatti processuali. La storia, sia della mafia sia della Nazione, viene enucleata con rigore intorno a fatti salienti – anche, in alcuni casi, con brevi (ma precisi) accenni – che contribuiscono a comporre un quadro nettissimo man mano che si procede nella lettura. Particolarmente efficace risulta proprio la parte dedicata al campo di intervento della magistratura, dove gli autori riferiscono con cognizione di causa, mai scadendo nel tecnicismo, e denunciano senza timore i meccanismi perversi (in alcuni casi palesemente contra legem) messi in atto dagli stessi giudici e avvocati. È quindi molto interessante scoprire, dietro al valore intrinseco del contenuto, la viva voce di Caselli e Lo Forte, spesso venata di rabbia o di amarezza. Sentimenti, questi, che resteranno anche in molti lettori al termine dell’ultima pagina, perché se da un lato la conoscenza di certi fatti è doverosa, dall’altro vorremmo forse una parola di speranza, almeno da chi ha fatto della lotta alla mafia la propria professione.



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