Lo stesso vento

Lo stesso vento

1999. Fausto, un logoro loden grigio indosso, cammina per Firenze, come se non gli fosse rimasto altro da fare. Il volto “cavallino e vecchio” è segnato dalle cose della vita; tanti anni in fabbrica, i ricordi della disgraziata campagna italiana in Russia, la nostalgia di una donna, Adriana, unico amore: “In quel nome stanno tutti gli altri nomi. Tutti i nomi che sono entrati e poi usciti dalla sua vita. Tutta la parte di vita che si è interrata, seccata, che è sparita. La parte di vita che gli era stata promessa e non mantenuta”. Fausto sta in pensione da parecchio, e non trova più sapore in niente; è esausto, come il secolo che sta terminando. Cammina per Firenze, dalle parti di Santa Croce, a un tratto si sente male. Si sbottona il loden, s’allenta la cravatta, prega di reggere ancora un po’… 1940. Fausto è un ragazzino pieno di vita. Magro e sveglio, muso lungo da cavallo. S’è fidanzato da poco con la sua adorata Adriana, e ha appena ritirato il suo primo stipendio, in fabbrica. Insieme allo stipendio, la ditta gli ha regalato un ventilatore – uno di quelli che producono là dentro. Fausto è tutto orgoglioso. Adriana si aspettava qualcosa di diverso, magari un cappello; a lei piace tanto disegnarli, i cappelli. Adriana sogna di trasferirsi a Berlino, perché lassù stanno cinquant’anni avanti, e la stuzzica l’idea d’essere all’avanguardia come loro. Fausto e Adriana hanno ambizioni parecchio diverse; entrambi, in ogni caso, vivono con incosciente entusiasmo l’ondata fascista. Si ritrovano dalle parti di piazza della Signoria quando il Duce annuncia l’entrata in guerra, nell’assurdo tripudio della folla… 1960. Fausto e Adriana sono in crisi. Il povero Fausto non c’entra. Lei ha un altro – un intellettuale, un professore marxista, lontanissimo da lui. Sta per andare a vivere da lui, portandosi dietro il piccolo Vittorio, dieci anni. Il professore insegna al piccoletto a cantare Bella Ciao e Bandiera Rossa, alla faccia di Fausto. Adriana si porta dietro qualcosa di molto simbolico, dal suo passato: proprio quel vecchio ventilatore, il “loro” ventilatore, il primo, commovente regalo di Fausto...

A due anni di distanza dal politico, esistenziale e allegorico Sonnambulo [Gaffi, 2014], il fiorentino Aiolli, uno che pare discendere, in linea retta, da Vasco Pratolini e da Romano Bilenchi, pubblica per la romana Voland Lo stesso vento; è un’apprezzabile e malinconica cronaca famigliare, raccontata per flashback e flashforward, spaccato di una piccola borghesia piena di vitalità e di contraddizioni. Il romanzo, penalizzato da una copertina davvero poco riuscita, si serve di un insolito feticcio – quel ventilatore che Fausto regala ad Adriana, ragazzini – per raccontare le vicende della coppia, del loro figlio, dei genitori della compagna del figlio, infine di un pittore; nelle vite di tutti loro quel ventilatore gioca un ruolo particolare e sempre differente. Le date che Aiolli va a pizzicare, nei capitoli in flashback, non sono affatto casuali, perché coincidono con l’entrata in guerra dell’Italia, con l’elezione di Kennedy, col sogno di Dubček a Praga, con lo psicodramma catodico del povero Alfredino Rampi, con la caduta del Muro di Berlino. Onestamente, l’aspetto migliore del romanzo rimane quello della restituzione della romantica e drammatica vicenda famigliare, raccontata con stile piano e calibrato tanto riconoscibile. Il richiamo al contesto storico nei casi migliori pare invece forzato o comunque capzioso, nei casi peggiori (Kennedy) completamente artefatto e probabilmente trascurabile. Il libro poteva andare tranquillamente sulle sue gambe senza andare a cercare parallelismi o sincronismi internazionali improbabili, anzi poteva diventare decisamente più interessante esasperando aspetti di storia territoriale sincronica o parallela (fiorentina o toscana, in genere) che avrebbero avuto ben diversa veracità, vendibilità e spessore. Come già in passato, Aiolli si conferma narratore di una certa elegante compostezza, estraneo ai condizionamenti o alle inibizioni ideologiche, capace di una buona (e insolita) profondità nella restituzione delle dinamiche psichiche femminili e di una (spesso) notevole tenuta nei dialoghi. La misura dello sketch o del bozzetto, che in questo romanzo così teatrale spesso torna comoda ad Aiolli, è comunque nelle corde dell’artista.



 

 

 

 
 
 
 

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