Lo strano caso del Dr. Jekyll e Mr. Holmes

Lo strano caso del Dr. Jekyll e Mr. Holmes
In una fredda mattina di fine ottobre, al 221/B di Baker Street, Sherlock Holmes e l’inseparabile Watson si preparano a partire per una meritata vacanza quando un visitatore in angustie manda a monte i loro propositi. Il gentiluomo in questione è l’avvocato Utterson e a tenerlo sulle spine è il testamento con cui il suo più vecchio cliente e amico, il dottor Henry Jekyll, nomina erede universale un certo Edward Hyde, una sorta di mostro che una notte è stato visto calpestare furiosamente una ragazzina con la quale si era scontrato accidentalmente per strada. La cosa inquietante è che l’assegno con cui Hyde ha indennizzato i familiari della sua vittima è stato firmato dal dottor Jekyll. Quale legame può unire a quel bruto il rispettabile medico? La cosa è sufficientemente stimolante perché Holmes si metta subito in cerca di Hyde. E a Soho, in un losco locale, se lo vede davanti: piccolo, quasi un nano, con una grossa testa sproporzionata, un volto lupesco e qualcosa di indefinibilmente repellente nell’aspetto. Le indagini mettono in luce l’edonismo sfrenato e la perversione di Hyde, ma non perché Jekyll si interessi tanto a lui. Finché una sera Sir Danvers Carew, noto filantropo e membro del Parlamento, non viene ammazzato a bastonate da un uomo che una domestica identifica come Hyde. L’assassino però pare essersi volatilizzato ed é la Regina Vittoria in persona a incaricare ufficialmente Holmes di far luce sul delitto. Invito che naturalmente lui accetta. Ma mai avrebbe immaginato la spaventosa realtà che Hyde nascondeva sotto le sue sembianze ripugnanti...
Non è una devota cameriera come la Mary Reilly di Valerie Martin a svelare dal proprio punto di vista il segreto del bifronte Jekyll, ma nientemeno che il maestro dell’inchiesta deduttiva, complice la penna di Loren D. Estleman, non nuovo a questo genere di pastiche. In Sherlock Holmes contro Dracula aveva già fatto incontrare il detective di Baker Street con il sanguinario conte transilvano e questa volta replica l’esperimento affidandogli l’enigma del dottor Jekyll e del suo belluino alter ego. L’idea di far entrare in contatto Sherlock Holmes con le più significative personalità del suo tempo era venuta anche a Nicholas Meyer, che ne La soluzione sette per cento lo aveva fatto psicanalizzare da Sigmund Freud per guarirlo dalla dipendenza dalla cocaina (spiegando così alcune peculiarità del suo carattere, come la diffidenza verso le donne o la singolare ossessione per le ostriche manifestata ne L'avventura del detective morente). Ma fra gli apocrifi holmesiani Lo strano caso del dottor Jekyll e Mr Holmes segna una pietra miliare per l’abilità e la perizia con cui è condotto il gioco della contraffazione. Holmes è decisamente nel suo elemento in questo confronto con lo scienziato obnubilato dalla smania di conoscenza. “Quando un medico volge il suo intelletto al male, può diventare il peggiore dei criminali, poiché ha la scienza a sua disposizione”, ricorda l’epigrafe tratta da Il caso della Banda maculata. Il dottor Roylott, che nel succitato racconto utilizzava come arma un serpente velenoso, non è l’unico cattivo discepolo di Esculapio smascherato dal Holmes. Anche il sessantenne professor Presbury, ne L'avventura dell’uomo strisciante, scrive la sua pagina di medicina traviata (e virata al grottesco) ed è un moraleggiante Sherlock a rivelare che l’attempato luminare aveva assunto una sorta di elisir di giovinezza per non deludere le attese amatorie della fanciulla che aveva deciso di impalmare. C’è dunque un fil rouge fra le avventure originali e questo faccia a faccia fra Holmes e Jekyll, fra la ragione volta al bene e quella corrotta dalle pulsioni più basse. L’illusione che a redigere queste memorie sia il fedele biografo del segugio londinese è forte. L’inganno è perpetrato fin dalla copertina, dove Watson compare come autore e Estleman come semplice curatore. Persino la risaputa paternità di Stevenson del celebre racconto di Jekyll e Hyde riceve una spiegazione che non fa una grinza, rafforzando l’impressione che quanto stiamo leggendo sia più vero del vero. Sir Arthur Conan Doyle, stufo della sua più celebre creatura, aveva tentato di farla fuori ne Il problema finale. Gli andò male, il pubblico fece valere le proprie ragioni, l’investigatore col cappello a quadretti fu resuscitato a furor di popolo. Ed ebbe la propria rivalsa continuando a risolvere misteri anche dopo la morte di Doyle, fino ai giorni nostri. Che sia lui l’autentico immortale dell’epoca vittoriana?

 

 

 

 
 
 
 
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