Lo strano manoscritto trovato in un cilindro di rame

Lo strano manoscritto trovato in un cilindro di rame

Quattro compagni di viaggio, stufi della bonaccia che li rallenta, vincono la noia con una gara di barchette di carta. Questa s’interrompe contro un contenitore metallico incrostato dal mare, contenente un papiro con una storia scritta fitta, che leggono a turno a voce alta. L’autore dice di essere tal Adam More, marinaio. Trovatosi solo dopo una tempesta e altre agghiaccianti peripezie, approda finalmente in una terra che, a prima impressione, è civilmente abitata. Dove, non sa. Entra in relazione con gli abitanti del luogo, uomini bizzarri che parlano in una lingua sconosciuta e rifuggono la luce del sole. Sono gentili, quasi ossequiosi, accoglienti, che sia la salvezza? In mezzo a loro vive Almah, una donna che pare essere della stessa “razza” di Adam, un’adoratrice della luce. Lei gli insegna la lingua locale e anche a conoscere, in parte diffidare, dall’affettata disponibilità dei kosekin. Per loro la massima aspirazione è la povertà, la miseria, la morte. Il fasto, il benessere, l’amore e la vita stessa sono un’autentica maledizione. Come sopravvivere in mezzo a questo popolo, che cerca la morte sopra ogni cosa e disprezza tutto ciò che di stimabile c’è nella vita? E poi, questa storia sarà autentica?

Questo è, nell’accezione più nobile del termine, un romanzo d’altri tempi. È stato scritto alla fine dell’Ottocento, ci son voluti più di 100 anni per decidere di pubblicarlo in Italia. La costruzione letteraria è classica e robusta: la cornice è costituita dal quartetto d’uomini di rango che si svagano per mare. Dentro questa storia si apre l’altra, quella di Atam-or alias Adam More, che di quando in quando si sospende per seguire il dibattito interno ai quattro, divisi tra scettici (il manoscritto è un falso) e fiduciosi (i riferimenti antropologici e geografici sono veri). Tra cannibali, mostri marini, pterodattili e territori inesplorati, ci si trova nel più puro romanzo d’avventura. Di quelli dell’Ottocento, appunto, d’altri tempi, dove alla fascinazione dello stupore e del colpo di scena si alterna la riflessione sul destino dell’uomo. Questi kosekin, strani uomini che agognano la miseria più nera, il buio, la morte, riescono forse a essere veramente felici? La conclusione, poi, mista di angoscia e amara ironia, rimette ogni cosa in discussione e ci conferma che, in fin dei conti, anche sulla felicità non è stata ancora detta l’ultima parola.



 

 

 

 
 
 
 

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