Lo strano viaggio di un oggetto smarrito

Lo strano viaggio di un oggetto smarrito

La vita di Michele scorre al ritmo del treno. Sì, di quell’unico treno che la mattina lascia la stazione del paese e la sera ci torna, col suo carico di (pochi) pendolari e (molti) oggetti smarriti. Incurante del sarcasmo dei colleghi, Michele si prende cura di quel treno vuoto con amore struggente e solitario finché una passeggera bizzarra infrange il suo silenzio, la sua rituale quotidianità. Che vuole? Perché lui d’istinto vorrebbe fidarsi di lei? Nella sua testa risuonano le parole del padre, diffida di tutti specie delle donne, dunque come allontanarla? Eppure, quando sul treno Michele trova il suo diario di bambino, partito insieme alla madre ventitré anni prima, la bizzarra Elena diventa la spinta decisiva per uscire dal guscio e tentare il viaggio della vita alla ricerca della madre. Ma Michele non sa nulla né di viaggi né in generale del mondo esterno: per ventitré anni, semplicemente, si è relegato in un autoesilio blindato. Eppure quel bisogno di verità, quel quaderno rosso, lo porta ad affrontare l’impensabile: lui, che non ha mai lasciato l’alloggio in stazione, che si fa consegnare la spesa per azzerare i contatti umani, sale su quel treno, dorme in un albergo, è vittima di due rapinatori, cade, soffre ma si rialza. Scopre così sentimenti che non pensava di poter provare, persone che non sognava di poter conoscere e verità con cui è davvero difficile fare i conti...

“Di’ la verità”: il mantra di ogni genitore. Quand’è che si smette di essere sinceri, allora? Si può vivere in un’eterna menzogna? Pare di no: la verità può essere negata o ignorata ma poi torna, come un fiume carsico trova la sua strada, scava, erode. Un romanzo d’esordio breve, come sembra non andare più di moda, che con uno stile asciutto e fine segue quel fiume carsico nelle più remote profondità. Si può scoprire allora che anche quelli che ci appaiono impavidi custodiscono in realtà un intimo dolore. Si può scoprire che, deposte le corazze, dietro ogni delusione si cela la gioia, perché sono le due facce di una stessa medaglia. Fino alla figura del piccolo Gianni, cameo letterario e palingenesi del protagonista, incarnazione dell’elemento di svolta del romanzo e, si potrebbe dire, della vita: il coraggio. Un tipetto di sei anni che ha il coraggio di scalare una montagna per cercare un orso polare, riabilitare la memoria del padre e dare un senso al proprio dolore. Così, molto atteso ma non per questo banale, un finale edificante e commovente: non importa quanto tempo si è sofferto, perché tutti soffrono e non esiste una graduatoria; quello che fa la differenza e può restituire senso a una vita intera è solo il modo in cui, a quel dolore, si reagisce. Un inno alla vita potentissimo consegnato nelle mani di un ragazzino e di una barista: quando si dice che bisogna saper andare oltre le apparenze.



 

 

 
 
 
 

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