Lo sturangoscia

Lo sturangoscia
Quando Filottete Vasca si rende conto di non aver ricevuto ‒ nonostante siano passati oltre tre mesi ‒ un importante pacco, prende la decisione di scrivere a colui che, dimostrando tutta la sua inefficienza, ha scoperto essere il responsabile di tale danno, il suo postino Mercuriale Trincavella. Quest’ultimo si giustifica raccontando del furto ad opera di tre misteriosi malviventi del suo furgone, in cui con molta probabilità era contenuto anche quel plico che a detta del suo inventore racchiude un oggetto di enorme valore: lo sturangoscia. Uno straordinario congegno versatile e decisamente utile, una specie di “pompa idraulica portatile” in grado di aspirare da ogni corpo quel vago sentimento di fastidio e di malessere che porta gli individui a pensare troppo e a cose superflue. Per utilizzarlo al meglio occorre rispettare alcune regole fondamentali: lubrificare il cavo orofaringeo con della morbida besciamella e inserirlo piegando la testa all’indietro come si fa dal dentista. Ad ogni tipo di angoscia, corrispondono diversi livelli di “profondità di incursione nel gargarozzo”, forza d’aspirazione e tempo. Persino i suoi ladri hanno riscontrato seccanti effetti collaterali nel suo utilizzo e scrivono al Dott. Vasca per far presente la loro esperienza oltre che per informarlo che è in loro possesso. Ma il furto di questo macchinario “brutale” e incredibile è da ricondurre forse ad un non chiaro Club, una non precisata consorteria umana di stampo quasi massonico, che ama filosofeggiare in abiti bizzarri e in guisa di animale…

Questo romanzo epistolare, scritto a quattro mani da Davide Predosin e Carlo Sperduti – autori per la Gorilla Sapiens di racconti altrettanto fantasiosi –, ha una struttura labirintica in cui risulta davvero facile perdersi. Più che un’opera letteraria sembra quasi un elaborato gioco enigmistico dalle regole poco chiare, che occorre però decifrare per poterlo apprezzare al meglio. I personaggi (per chiarezza e anche per fortuna elencati all’inizio dall’autore come si trattasse di cinematografici titoli di testa) si parlano, si prendono in giro, si raccontano, ma soprattutto si intrecciano in un vortice verbale ingarbugliato, che è perfettamente rappresentato dalle illustrazioni sparse nel libro, come dalla bella copertina, della bravissima Elisa Macellari. Il linguaggio utilizzato, fantasioso e pieno di colore, composto da vocaboli della lingua italiana realmente esistenti ma che sembrano spesso inventati (come “opuscolare”, “aloperidolo” o “artiodattilo”) aggiunge però un ulteriore elemento di smarrimento. Frasi come “un amico dalla limitata autorevolezza dell’autorevole amico” sono forse divertenti ma creano un senso di vertigine che non facilita, purtroppo, la lettura. Ci si ritrova di frequente storditi, anche un po’ dubbiosi soprattutto sull’effettiva riuscita di determinate scelte autoriali. In alcuni punti non possono non venire in mente Rodari, Calvino o Queneau, soprattutto per la creatività generale che pervade il romanzo, ma a differenza di questi illustri maestri della parola, molti espedienti utilizzati rimangono un po’ fini a loro stessi e senza un effettivo fine narrativo.



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