L'oblio che saremo

L'oblio che saremo
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In una piccola città della Colombia, Médellin, nel 1958 nasce l’unico maschio di in una famiglia di femmine: Héctor. Lui, la madre, le sue cinque sorelle, una tata, una suora, due cameriere vivono nella stessa casa insieme al padre, Héctor Abad Gomez, medico e professore universitario. È logico che il piccolo Héctor sin da subito si identifichi nella figura paterna che diviene immediatamente perno, punto di riferimento, esempio, nutrimento, rifugio. Il rapporto è tanto forte da far soffrire fisicamente della mancanza del figlio il padre quando per motivi di lavoro deve rimanere fuori casa anche per alcuni giorni. Ma quando è in città non manca ogni sera di dedicare tempo al bambino, gli insegna l’amore per i libri, per le scienze, per il sapere, lo protegge dai tabù e dai dettami della religione cattolica così radicata e bigotta anche nella sua stessa famiglia; gli insegna a pensare e scegliere con la sua testa, a crescere. Il dottor Abad non è solo un intellettuale, milita nel comitato per diritti umani di cui diverrà presidente e da tutta la vita si batte a favore della popolazione più povera. Come medico visita spesso i piccoli villaggi vicino Médellin, sobborghi dove non c’è l’acqua potabile, dove per l’indigenza e l’estrema povertà - per non parlare della mancanza di istruzione - vengono trascurate le più elementari norme igieniche. Spesso il dottor Abad durante le sue visite porta con sé i suoi studenti e anche i suoi figli per insegnare loro come si possano curare le persone, come si evitino le epidemie facendo rispettare poche semplici regole. Combatte per l’uguaglianza, si batte affinché anche i più poveri abbiano gli stessi diritti degli altri: il diritto alla salute, all’istruzione, ma in un paese dove il potere è gestito da politici reazionari e narcotrafficanti non è affatto facile. Il 25 agosto del 1987 Hécror Abad Gómez viene raggiunto dagli squadroni della morte colombiani e barbaramente ucciso...

 

Dopo venti anni il figlio scrittore e giornalista decide di narrare la sua storia. "Per anni ci avevo provato - racconta - ma sempre senza riuscirci". La svolta, la chiave di scrittura l’ha trovata leggendo Lessico familiare e convenendo che usare la lingua della sua infanzia, con le influenze dialettali, con tutta la semplicità possibile fosse l’unico modo per restituire la forza e l’autenticità a quella che non è solo la storia di un uomo che si è battuto per i diritti civili nel suo paese sacrificando se stesso, ma la storia di un padre affettuoso, di un uomo integro, di un genitore esemplare. Da queste pagine traspare non solo uno spaccato della società colombiana degli anni Settanta e Ottanta ma anche amore, rispetto, dignità, coraggio. Un romanzo che avrebbe potuto facilmente scadere in un lungo racconto triste e autocommemorativo, ma che non cade nella trappola della melassa. Lo scrittore e giornalista Abad trova la giusta distanza, ‘il tempo’ che è stato sufficiente per dare nitidezza ai fatti, ma non abbastanza severo da togliere la poesia e le emozioni da ogni pagina. La scrittura è fluida, accessibile, perfetta. "Quasi tutto ciò che ho scritto – dice Abad - l’ho scritto per qualcuno che non può leggermi, e questo stesso libro altro non è che la lettera a un’ombra". E proprio Lettera a un’ombra è il titolo che è stato dato al romanzo nella traduzione tedesca, un titolo che ben calza alla narrazione, così come il titolo italiano, un verso inizialmente controverso di Jorge Luis Borges, un verso ritrovato nella tasca del dottor Abad insieme ad una lista di condannati a morte il giorno che fu ucciso.

Leggi l'intervista a Héctor Abad

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