L'occhio di Galileo

L'occhio di Galileo
Nel 1601, al funerale dell’astronomo e mathematicus imperiale Tycho Brahe, si presenta un uomo con la barba nera, ‘‘magro come il bastone al quale si appoggia’’. L’uomo è Johannes Kepler (italianizzato Giovanni Keplero) e il bastone al quale si appoggia nasconde le carte con le osservazioni astronomiche di Brahe: il bastone di Euclide. Alla corte di Praga, sotto la protezione di Rodolfo II (che l’arte e la filosofia proteggeva con convinzione, e che spinto dall’interesse per l’occulto si circondava di maghi e astrologi), c’è un nuovo ‘imperatore dei matematici’. Keplero è padre di famiglia, vive dieci splendidi anni a Praga durante i quali porta avanti gli studi di Brahe; scrive, tra le altre, Astronomia nova, e vive la sua speculazione filosofica. Filosofia della natura. Movimenti dei pianeti e orbite a forma di ellissi. Credendo nel - e partendo dal - sistema copernicano e l’eliocentrismo. Intrattiene una ‘strana’ corrispondenza fatta di avvicinamenti e bruschi allontanamenti (e insulti) con il ‘messaggero astrale’ Galileo Galilei, il quale, nonostante le proprie convinzioni, è costretto negli ambienti accademici dove lavora a divulgare il sistema tolemaico, come il vecchio maestro e mentore di Keplero, Michael Maestlin, con il suo geocentrismo di facciata. Poi, il fervore cattolico e il deflagrare della guerra dei Trent’anni mutano la musica: ‘fa e mi: fame e miseria’ e persecuzioni. Keplero si trasferisce a Linz, ma le accuse di stregoneria nei confronti della madre Katharina, locandiera di Leonberg, lo costringono a numerosi spostamenti per salvarla dal rogo. In mezzo a tutta la pesantezza e il deperimento che lo circondano e che ritornano puntuali a trascinarlo giù, Keplero continua a inseguire i corpi celesti, l’armonia del mondo e la geometria perfetta che la disegna. Unisce la musica dei pianeti a quella dei microrganismi. Dal Sole al chicco di melograno, o al cristallo di neve. Insieme al burbero Galileo, dopo Copernico, prima di Newton, ‘prende la nave e adatta le vele al vento celeste’, addentrandosi in una nuova teoria della visione...
Ci sono accuse di plagio, sotterfugi, complotti e sospetti. Ci sono matematici che sollecitano gli imperatori per farsi pagare il dovuto. C’è Keplero che per obbligo della posizione che occupa deve redigere noiosi oroscopi. Ci sono divertenti (ma anche inquietanti e tristi) pratiche sociali intorno alla vita e al pensiero dell’astronomo-filosofo. Costruttore del cielo, come indicato dalla stimolante collana della Lepre Edizioni, sicuramente da seguire con attenzione. Vite di uomini ‘eccentrici’ e protagonisti di un altro Rinascimento, quello a cavallo tra il ‘500 e il ‘600, intriso di magia e influenze occulte, capace di mutare profondamente, anzi di ribaltare la visione e il pensiero dell’universo. Nel caso de L’occhio di Galileo, l’autore è Jean-Pierre Luminet, astrofisico e romanziere. Il modello è il romanzo-storico-divulgatore: gli insegnamenti di Keplero in mezzo alla sua vita, il tutto raccontato da un personaggio fittizio: la spia, scienziato a tempo perso e diplomatico sir John Askew. Luminet, seppure con un testo disunito, con qualche parte brillante e con qualche altra un po’ meno, riesce nell’intento (e ci riuscirebbe bene anche al posto di tanti altri testi scolastici di matematica). In certi momenti il lettore ne odora l’entusiasmo straripante, quasi la voglia di entrare in quel primo ‘600, guardare negli occhi Keplero, indagarne da vicino la nascita del pensiero. ‘‘Sospetto che non si tratti di un cerchio’’.

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