L'occhio più azzurro

L'occhio più azzurro
La bionda Shirley Temple è l'idolo di Pecola Breedlove, una bambina di colore che vive presso la famiglia di Mrs MacTeer da quando il padre Cholly è finito in galera. È stata mandata lì senza uno straccio, a farle compagnia le figlie di Mrs MacTeer, Frieda e Claudia, fedeli amiche nel gioco, anche se molto diverse tra loro. Pecola si sente comunque brutta, si sente rifiutata, a nulla è valso averla allontanata dalla famiglia originale. Shirley, invece, con il suo incarnato bianco e i suoi occhi azzurri, rappresenta il grado più alto della perfezione e della bellezza. Il suo volto è impresso sopra la tazza da latte di Pecola che, pur di ammirare il volto della enfant prodige del cinema, si beve tre litri di latte al giorno. Prega, Pecola, prega affinché venga esaudito il suo desiderio: possedere anche lei gli occhi celesti. Perché con quegli occhi celesti tutti i suoi problemi sarebbero finiti: lei non sarebbe più stata un'emarginata, i suoi genitori non avrebbero più litigato, non sarebbe più stata povera. Quando in città arriva Sir Whitcomb, un nobile anglosassone che si spaccia per un santone, un mago guaritore, Pecola, dodicenne, si reca da lui per confidargli il suo desiderio, ma la risposta dell'uomo la getta nella disperazione più assoluta. Ed è incinta...
The bluest eye – questo il titolo in lingua inglese – è il primo romanzo scritto da Toni Morrison, nel lontano 1970. Ha come argomento centrale uno dei temi più cari alla scrittrice originaria di Lorain, Ohio, che non a caso è lo stesso luogo in cui viene ambientato il romanzo, ispirato ad un fatto autobiografico: una compagna di scuola alle elementari le disse che Dio non esisteva perché lei lo aveva pregato tanto per farle diventare gli occhi azzurri, ma lui non l'aveva esaudita. Al centro della vicenda, dunque, l'incapacità soprattutto da parte dei membri più giovani della comunità afroamericana di accettarsi per quello che sono; inseguire l'idolo bianco e perfetto, demolendo sempre di più la propria autostima. Ed è così per Pecola, Frieda e Claudia (la voce narrante) che fin da bambine vengono fatte sentire “emarginate tra gli emarginati”: derise dai bianchi, umiliate dagli adulti di colore per le loro malattie, la loro poca forza fisica e la loro voglia di scoprire e sognare. E a rimetterci più di tutte le altre sarà Pecola. La dedica in apertura necessaria a far riflettere: “Ai due che mi diedero la vita e a chi mi rese libera”, intendendo per ciò che la rese libera la libertà intellettuale che ha reso la scrittrice, Premio Nobel per la Letteratura nel 1993, consapevole della storia degli afroamericani. Tanto consapevole da non poter fare a meno di rendersi testimone anche attraverso i suoi romanzi e i suoi numerosi scritti.

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