Loro

Loro

In mezzo al mare che bagna Taranto, su un cabinato di sette metri, siedono due di “loro”, Sergio Morra, 35 anni, borghese, magro e col nasone e Rocco Barbaro, 60 anni, sovrappeso e con un paio di baffetti superflui. Hanno appena mangiato e si stanno godendo un po’ di ozio pomeridiano. Dopo le chiacchiere di rito, in cui nell’ordine si è parlato del partito, delle emorroidi della moglie di Rocco e di una magica pomata per curarle, Sergio tira fuori la questione dell’appalto delle mense scolastiche. L’altro si irrigidisce dicendo che bisogna rispettare le procedure come per gli altri, e sbuffando, Sergio sembra rassegnarsi al fatto che quell’appalto non sarà mai il suo. Tuttavia ha un piano B, e su un gommone in avvicinamento ci sono due giovani ragazze, Moira e Candida, la prima butterata, in sovrappeso e con grande esperienza sulle barche, la seconda esile e di una bellezza ordinaria. Salgono sul cabinato di Rocco e, a comando di Sergio, iniziano a togliersi il costume, lasciando immaginare cosa potrebbe accadere dopo. Barbaro si sente ringiovanire, e con atteggiamento da marpione italico, lascia credere a se stesso di essere un predatore quando, in realtà, è solo l’ennesima preda. Il divertimento è assicurato e per l’appalto delle mense scolastiche la situazione è diventata, improvvisamente, meno complicata…

In concomitanza con l’uscita nelle sale del nuovo film del premio Oscar Paolo Sorrentino, Feltrinelli ne ha pubblicato la sceneggiatura, scritta a quattro mani dallo stesso regista con il fido Umberto Contarello. Si è parlato a lungo di questo Loro, film in cui il cineasta partenopeo, a distanza di circa dieci anni da Il Divo, torna a occuparsi di una rilevante figura politica italiana, stavolta Silvio Berlusconi. Già dalle prime pagine del libro si avverte come si tratti di un’opera eminentemente visiva, in cui i dialoghi, seppur sempre affilati, necessitino di essere supportati dalla visionarietà felliniana tipica dei film di Sorrentino e ciò, purtroppo, toglie qualche emozione che, invece, il film è in grado di dare. Per tornare agli aspetti contenutistici, più che un’opera su Berlusconi è un’opera sulla corte di questo politico imperiale che, nel bene e nel male, ha segnato un ventennio di politica italiana. Loro sono i cortigiani e le cortigiane, compagni di partito, industriali, iene della carta stampata, calciatori, lenoni e donne facili, che si agitano e prosperano attorno al mondo dorato costruito da questo straordinario imbonitore, allo stesso tempo gioviale e spietato, in grado di portarti alle stelle o di condannarti all’oblio con un semplice gesto della mano. Berlusconi – che nel film è interpretato dal camaleontico Toni Servillo – rimane in ombra per quasi tutta la prima parte della sceneggiatura e di lui si parla solamente di sfuggita, pur avvertendo che le sorti di tutti i personaggi descritti siano legate a doppio filo alla benevolenza del signore, che in un moderno e decadente oscurantismo di luci al neon ci dice che “Tutto non è abbastanza”, avviando una spirale bulimica che col tempo diverrà cannibale, con annesso divoramento della reputazione, degli affetti e persino del sé. Lo sfarzo, il lusso, l’opulenza, la finzione scenica dell’orchestra che continua a suonare mentre il Titanic affonda non sono però qui declinate con la ridondanza della tragedia e B. più che a Macbeth somiglia a Nerone, irresponsabile e malinconicamente festaiolo, vittima egli stesso di un sistema che ha contribuito a creare.



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