L'osso di Dio

L'osso di Dio
Calabria. In un campo di cocomeri una donna incinta fa una promessa: suo figlio sarà diverso. Da lei stessa, donna dell’ndrangheta, da ciò che la circonda, dalla miseria e dalle cosche. Guadagna un po’ di soldi onestamente Angela, madre di due figlie e di Santo, quel bambino a cui ha giurato una vita diversa. Con la schiena piegata pulisce i corridoi di un ospedale la mattina e le case dei signori ricchi il pomeriggio, tutto per tentare di mantenere fede a quel giuramento: riuscirà a far studiare il figlio Santo in collegio, in Toscana, per lui ricamerà su lenzuoli e asciugamani il suo anno di nascita, il 73, un numero fortunato. Ma quando si nasce “malacarne” è come se il tuo destino fosse già stato scritto, già ricamato sulla pelle: Santo torna ogni estate, il mare gli rimane negli occhi, insieme alla piana assolata. Quei colori diventano struggente malinconia quando è lontano. Per questo decide di tornare, per questo richiamo del sangue e perché è smisuratamente più divertente fare le gare in macchina, stare tutta la notte in giro, rubare per avere qualche soldo facile invece di giocare a tennis con il figlio del medico, suo compagno di collegio. Il giuramento di Angela verrà definitivamente piegato e sconfitto il 10 luglio 2002 quando Santo sarà giustiziato per aver commesso un peccato imperdonabile: essere diventato l’amante della moglie di un boss…
Già fatto di cronaca (Angela è Angela Donato, la donna che, giornalisticamente parlando, “ha sfidato la ’ndrangheta” collaborando con la squadra mobile di Cosenza e svelando retroscena e segreti della cosca di Lamezia Terme, di cui era una “affiliata”), a occuparsi della sua trasposizione è stata Cristina Zagaria, giornalista del quotidiano La Repubblica e già autrice di Miserere (storia di Armida Miserere, una delle prime donne a dirigere un carcere), che ha ascoltato dalla voce della protagonista i fatti e che da “atto processuale” li ha trasformati in romanzo. Lo iato è forte, e si percepisce a ogni pagina. Pensieri, sentimenti, atmosfere tipiche della narrazione romanzata non riescono a colmare un vuoto che resta, è l’assenza di significato che caratterizza tutte le logiche mafiose, è il senso di nausea che lasciano, come un filo di bava dietro di sé, a chi ci si accosta e le guarda anche solo da lontano, anche se filtrate dalla pagina di un libro.

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