Luce in una notte romana

Luce in una notte romana

Roma, Testaccio. Lotto Sessantanove di via Rossellini numero due. Una struttura di quattordici scale per un migliaio di abitanti che circonda un cortile alberato e le fontane dei lavatoi. Un piccolo mondo sovraffollato in cui tutti conoscono tutti, la vita privata non è mai del tutto privata, le voci e i pettegolezzi circolano rapidi. Lì vive Giovanna. Sebbene sia la lavandaia più brava ed efficiente del lotto, non ispira simpatia, anzi. La chiamano la matta, Giovanna. Prepotente, diretta, incline alla volgarità e sempre pronta a litigare e a menare le mani per i turni alle fontane, l’uso della caldaia comune e delle terrazze – su cui ha un dominio incontrastato dopo la zuffa con Marcella, l’altra lavandaia del lotto. Dalle finestre la osservano rincorrere i ragazzini che giocano a pallone ignorando i divieti. Corre velocissima, il suo corpo scultoreo si muove con “un’armonia nervosa e un po’ selvaggia”, il suo è un gioco infantile e straripante energia. Giovanna è sposata con Antonio Pellicciari. Un uomo violento, terrificante, tanto spietato da incutere soggezione persino ai Cairoli, nota famiglia di trasteverini dediti al malaffare che abitano nella stessa palazzina. Tutti nel lotto sanno che il Pellicciari è un mostro. Mena la moglie, ma lei non cede. Non nasconde i lividi e i segni delle percosse, li porta quasi con orgoglio. Al piano superiore vive Anna. Sposata con Primo, tornitore metalmeccanico, è molto diversa da Giovanna: riflessiva, colta, orfana di genitori entrambi professori, di una bellezza delicata. Stranamente, proprio la scostante Giovanna decide di avvicinarla, offrendosi di aiutarla con i panni, dando inizio ad un inaspettato, profondo legame di amicizia…

Alessandro Pierozzi, romano classe ’41, alle spalle una lunga carriera come operaio specializzato, militante della FIOM CGIL e sindacalista, ha intrapreso, ormai pensionato dal 2001, la via della scrittura. Luce in una notte romana è il suo esordio, “tardo” – all’uscita del romanzo l’autore aveva settantacinque anni – ma più che appagante. Una storia tutta romana, come da titolo, che gioca su un misurato equilibrio di realtà storica, fantasia e ricordi. Palcoscenico è uno dei quartieri storici di una Roma popolare e proletaria, sempre bellissima e insostituibile (“Non esiste bellezza eguale al mondo”, fa dire Pierozzi ad uno dei suoi personaggi), immersa nei chiaroscuri intensi degli anni Quaranta e Cinquanta. Anni di assestamento, su cui aleggia ancora il fantasma della guerra. Anni di profondi mutamenti storici e sociali, di difficoltà economiche, delle grandi speranze per il futuro. Un denso impasto storico che l’autore descrive con lucidità e minuzia di particolari e che tinge di una bellezza brutale e malinconica le singole storie che s’intrecciano nel romanzo, stringendole in un racconto corale. Tante le voci disperse nella massa del “popolino” romano cui Pierozzi dà un nome, un volto, una pienezza tale da renderle indimenticabili. Giovanna, Vergilio, Anna, Primo sono solo alcuni dei personaggi che popolano le pagine di questo romanzo, rappresentanti di un’umanità forse non canonicamente “bella” da contemplare, ma vera fino al midollo. Eccentrica, sboccata, spesso ignorante, avvezza alla violenza – agita, subita, ostentata o nascosta –, che non ha nulla da perdere, che si arrangia come può, che ricerca in piccole gioie un motivo per andare avanti. Pierozzi ne racconta la dignità e le lotte, siano esse ideale politico o sopravvivenza quotidiana, senza mai risultare drammatico. Apre le porte di microcosmi brulicanti di vita: i caseggiati popolari di Testaccio, con le partite a pallone in cortile, i litigi rumorosi, il chiacchiericcio delle “lavannare” all’opera; le fabbriche occupate, i loro odori metallici, i macchinari rumorosi; la piazza in tumulto gremita di scioperanti e celerini. Rendendo a tutto questo giustizia e onore attraverso un realismo delicato, che sa parlare anche di amore, passioni, solidarietà e ideali, della bellezza che si rivela aprendo uno squarcio nel buio di una lunga, metaforica “notte romana”.



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