Lucernario

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Lisbona, anni Cinquanta. È mattina e un condominio popolare pian piano si anima. Il segaligno calzolaio di mezza età Silvestre e la sua grassa moglie Mariana fanno colazione prendendosi affettuosamente in giro a vicenda: c’è bisogno di soldi e hanno intenzione di ricominciare ad affittare una camera in casa loro, malgrado esperienze passate non proprio positive. La signorina Adriana – piuttosto bassa, con un paio di occhiali dalle lenti spesse e già qualche capello bianco malgrado la giovane età – esce per andare al lavoro. Al secondo piano, Isaura si siede alla macchina da cucire malgrado abbia solo voglia di leggere, di finire quel romanzo pieno di “amori clandestini, portati avanti tra mille peripezie e contrarietà”: la madre le chiede perplessa se non è un po’ troppo presto per iniziare a cucire, il marito della signora Justina, al piano di sotto, lavora di notte e la mattina dorme, potrebbe protestare. E infatti dopo un po’ bussa proprio Justina, chiedendo di fare un po’ meno rumore. Prima di tornare a casa dal marito che dorme, origlia un po’: dall’appartamento della signora Rosàlia arrivano i rumori di una lite. È la figlia Claudinha, che siccome non ha voglia di andare in ufficio si è inventata di avere un terribile mal di testa: la madre la sta sgridando per questo e perché indossa una camicia da notte da svergognata, che lascia vedere il seno (“Voialtre oggi siete fatte in un modo! Non vi vergognate neanche davanti a vostra madre! Quando avevo la tua età, se mi fossi presentata davanti a mia madre avrei preso un ceffone”). Per avvertire in ufficio della sua assenza, la sfacciata Claudinha scende dalla signora Lìdia, che è l’unica ad avere il telefono in casa. La donna indossa una vestaglia di taffettà rosso, fuma voluttuosamente una Camel e ha un atteggiamento molto seduttivo nei confronti della ragazza…

Ritrovato nel 1999 negli archivi di una casa editrice portoghese durante un trasloco, il manoscritto di Lucernario era stato spedito da un trentunenne José Saramago nel 1953 con la “raccomandazione” di un amico giornalista. Non aveva ricevuto però nemmeno una lettera di rifiuto impersonale, solo un indifferente silenzio e la cosa aveva ferito molto lo scrittore, che infatti quando Lucernario è tornato alla luce ha rifiutato ostinatamente di farlo pubblicare, malgrado le comprensibili, melliflue insistenze dell’editore, che si ritrovava in casa nientemeno che un romanzo inedito del Nobel per la Letteratura 1998. Pilar del Rio ricorda: “A questa antica ferita attribuimmo la noncuranza con cui abbandonò il manoscritto sul suo tavolo, in mezzo a mille altre carte. (…) Allo sgarbo della mancata risposta degli editori al suo Lucernario, scritto in ore notturne dopo giornate trascorse in impieghi non facili, dovette sommare altri affronti, per la sua condizione di sconosciuto, che non proveniva dall’accademia né dall’élite intellettuale. (…) Trascorsero comunque vent’anni prima che tornasse a pubblicare”. È un Saramago inatteso, quello degli esordi, abbastanza lontano da quello della maturità: il suo primo romanzo, Terra del peccato, datato 1947, era un feuilleton smielato e senza nerbo (non a caso lo scrittore portoghese lo ha sempre ripudiato). Questo Lucernarioo invece è un affresco à la Balzac, storie di famiglie che si intrecciano in un condominio della Lisbona del salazarismo più ottuso e oppressivo. Come in altri romanzi scritti sotto la minaccia della censura, la critica al regime non è mai esplicita, è mediata dalla descrizione insolitamente oggettiva della quotidianità – con un realismo che diventa denuncia ed è quindi “militante” – e dalla simpatia con cui l’autore guarda alcuni personaggi, guarda caso i meno “allineati”. Costantemente in bilico tra macchiettismo e poesia, Saramago procede qui senza indulgere in alcuno sperimentalismo linguistico, con uno stile naturalista e strizzando l’occhio alla commedia (umana).



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