Lucky

Sono passati trentasei anni, dice Alice Sebold nel momento in cui rimette mano alla sua opera, da quando è stata violentata, diciotto dalla prima edizione di Lucky, e solo due mesi da quando, parole sue e testuali, un molestatore seriale nonché orgoglioso palpeggiatore di figa è stato eletto quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti. Da parte sua, come molte altre donne sopravvissute a un’aggressione sessuale, è rimasta atterrita, anche se forse non esterrefatta, dall’esito delle elezioni del 2016. Nella vita della maggior parte delle vittime di stupro un’indescrivibile ingiustizia è la norma. L’esito della sua storia personale resta, sostiene, più equo di quanto non avvenga nella maggior parte dei casi. La sua vicenda ha avuto l’inizio, lo svolgimento e la fine che la maggior parte dei processi per stupro non ha. Lo stupratore è stato arrestato, processato, condannato e ha scontato quasi vent’anni di galera. Si paragoni, dice, tutto questo a certe sentenze da due o tre mesi a cui abbiamo assistito di recente, l’equivalente di una semplice bacchettata sulle mani, e sarà possibile cominciare a capire che ha scelto il titolo Lucky sia perché in effetti ritiene di essere stata molto fortunata, sia perché l’ironia contenuta nel nostro umano modo di definire la “fortuna” sembra non finire mai. Nel 1981, subito dopo il suo stupro, Alice, matricola diciottenne che crede in un mondo giusto nonché ossessiva scrittrice e lettrice di poesia, per lei, animata da un’assoluta fede nel potere dell’arte, vero ossigeno, si promette che in caso di sopravvivenza ne scriverà. Dopo la pubblicazione di Lucky, quando la sua vicenda diviene di pubblico dominio, e soprattutto dopo l’uscita di Amabili resti, comincia a entrare in contatto con uomini e donne, ragazze e ragazzi, che erano stati violentati o molestati, e rimane travolta dai loro racconti e dall’enorme quantità di lettere che riceve, contenenti resoconti dettagliati di stupri e incesti. Senza volerlo, ha creato uno spazio in cui chi aveva subìto una violenza sessuale poteva raccontare la propria storia. E per molti lei era la prima persona a cui l’avessero mai raccontato. Del suo stupro ricorda la lotta, il coltello, i calci, i morsi, le ginocchiate, gli spintoni, gli strattoni per i lunghi capelli, emblema della femminilità che la rendono vulnerabile, acciuffabile…

Il titolo deriva dal fatto che lei è stata fortunata. A non averci rimesso la vita. A non essere stata ammazzata e fatta a pezzi come la ragazza che poco tempo prima nello stesso luogo, una galleria ex ingresso sotterraneo di un anfiteatro da cui gli attori irrompevano sulla scena passando sotto le gradinate del pubblico, un posto infimo pieno di foglie secche e cocci di bottiglie di birra in cui la sua attenzione viene catturata da un fermacoda rosa, aveva subito come lei un’aggressione sessuale. Ma quella, dopo lo stupro, era stata anche uccisa. Per questo Alice, all’epoca solo una diciottenne di Madison, Wisconsin, cresciuta nei sobborghi di Philadelphia dove il padre insegnava e appena arrivata all’università di Syracuse, di cui, comprensibilmente traumatizzata, lasciò poi per diversi mesi i corsi, poteva considerarsi, secondo l’agente di polizia che raccolse la sua testimonianza, baciata dalla sorte. Lucky. È da quest’aggettivo che Alice Sebold, scrittrice di chiara fama, moglie del collega Glen David Gold e che con grande sensibilità affronta spesso nella sua bella, profonda, ruvida e potente prosa, confermata nell’occasione di questo racconto autobiografico - in cui, perché qualcuno non si potesse riconoscere, ha mutato qualche nome - frutto di un’annosa lavorazione e ulteriormente rivisto ora a quasi quarant’anni di distanza da quegli accadimenti e alla luce dell’elezione di Trump, che certo, e questo è un segnale significativo per quel che concerne l’involuzione della nostra società, non pare proprio essere il meno maschilista degli uomini, parte per denunciare, come del resto nel suo celeberrimo e splendido Amabili resti, diventato anche un ottimo film con una maestosa e giovanissima Saoirse Ronan, l’universalità della violenza e la necessità della ribellione globale e definitiva al suo istituzionalizzato strapotere.

 


 

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