L'ultimo giorno felice

L'ultimo giorno felice
Francesco Salvador, di professione architetto, vive apparentemente una vita tranquilla, in una provincia del Nord-Est italiano. Sposato con Giulia da più di dieci anni, due figli, Beatrice e Matteo, una vita sociale consolidata, una giovane amante, è un riconosciuto 'qualcuno'. Ma è durante una gita in barca verso Torcello, con la famiglia e un gruppo di amici, che qualcosa improvvisamente pregiudica equilibri e esistenze. La giornata è bella, l’atmosfera rilassata ma il cellulare di Francesco non fa che squillare e si tratta di conversazioni convulse, frasi spezzate, qualcosa di anormale che non può non sfuggire all’occhio attento della moglie. Il pranzo, in un ristorante nelle campagne vicine, degenera: i commensali cominciano a discutere per futili motivi, la tensione è palpabile, Francesco sembra comunque rapito da altri pensieri, da memorie lontane che lo sorprendono e lo sconvolgono. La sua esistenza, tutt’altro che piana, in realtà nasconde un’attività illecita parallela: la vendita di terreni che diventeranno cave e poi discariche. Trascinato in questo losco traffico da individui senza scrupoli ma egli stesso connivente e responsabile della rovina patrimoniale del padre appena defunto, Francesco assiste, inerme, alla deriva della propria vita. L’ultimo terreno rimasto, quello che lo aiuterebbe a saldare pesanti debiti, è di proprietà di un vecchio zio, per nulla intenzionato a cederlo al nipote. I fantasmi del passato ritornano, i ricordi si affastellano, Giulia, stanca di un ménage che non le ha dato nulla e vinta dall’amarezza, litiga violentemente con il marito. Francesco, di colpo, solo e consapevole del proprio fallimento, si macchia di un ultimo, efferato atto di viltà...
Undicesimo titolo per la collana Verde Nero delle Edizioni Ambiente, L’ultimo giorno felice di Tullio Avoledo può essere considerato un romanzo socialmente utile, uno strale di denuncia necessario e potente. E’ una storia intrisa di malinconia, figlia del rimpianto, ovunque pervasa dalla nostalgia e dall’impotenza. Francesco Salvador - protagonista assoluto di una tragedia annunciata - possiede la disperazione lucida che pensa, organizza, pianifica ma che non tutto calcola, né prevede. Incarna, con potente e amaro lirismo,la rassegnazione di chi ha già smesso di combattere, di chi ha capito che una volta perduta la dignità e il rispetto di se, viene meno anche il senso stesso della vita. Su ogni cosa cala, sin dall’inizio, il velo oscuro della sconfitta e del disincanto: tutto passa. Francesco cammina su questa terra, rovinata dagli uomini e dalla loro avidità, come un fantasma senza anima. E anche l’amore non basta più a fermare la corsa verso un tempo tiranno che non ne vuole sapere di ritrovare gli sguardi di ieri, la semplicità di certi momenti, le promesse di una vita pensata in due. L’eredità genitoriale rimane sabbia fra le mani, un testamento olografo da rinnegare, lacrime di rabbia che non commemorano ma sanciscono un ancor più cruento abbandono. “Tu quoque Brute, fili mi”: la storia racconta, ma non insegna mai abbastanza (“Anche i re muoiono. Anche gli imperi”) e i ricordi marciscono, sancendo la lenta e inesorabile erosione delle cose. Francesco si fa squalo in un mondo di squali ma non ne possiede la destrezza, mal calcola le conseguenze e finisce per entrare in un meccanismo che non governa. Tradisce chiunque: suo padre, sua moglie, i suoi figli, in primis, se stesso. Egli porta il peso di una vergogna dolorosa e inconsolabile, è un uomo che sa ancora piangere e rimpiangere, che ha nostalgie e bui del cuore nei quali naufragare, ma questo non basta ad assolverlo agli occhi di chi ama e di fronte alla società finto-borghese cinica e ignorante che lo circonda. Dappertutto si respira la malinconia di certi paesaggi del Nord d’Italia, inquinati e assetati da metri cubi di ghiaia, una sorta di non luogo dove anche i sogni diventano di plastica. Assistiamo alla degenerazione e alla corrosione di un equilibrio che pensavamo eterno e ci sentiamo colpevoli, come il protagonista, dell’omertà, della disattenzione che accompagna certi quotidiani gesti e alcune falso-ingenue nefandezze. Le aberrazioni delle eco-mafie specializzate nell’occultamento di rifiuti pericolosi è cosa nota, la trasposizione di un fenomeno sociale in un percorso emotivo personale e solitario è un miracolo che solo Avoledo sa rendere. Francesco è l’uomo simbolo di un sistema corrotto e di una borghesia predatoria e sfrontata. Rimane la voce di un mondo tristemente imbarbarito dalla mancanza di scrupoli, dalla fame di denaro facile e di facili, illusorie consolazioni. Sembra quasi di assistere alla proiezione di un docufiction guidato da una sapiente e misurata regia, madre di una trama disperata e struggente che ci pervade, tutti, di un senso di angoscia e sincero rammarico. Immaginiamo di tornare per un attimo all’Avoledo de La ragazza di Vajont. Mentre scorrono i titoli di coda, una voce fuori campo recita così:“Ma io non la metterei la parola Amen, perché non ho nessuna pietà di voi, perché ho soltanto i miei occhi nei vostri, e l’allegria dei vinti e una tristezza grande”. Quasi a dire che il peso e la responsabilità della parola Fine, in fondo ad ogni scelta, dipende solo da noi, dalla consapevolezza di ciò che siamo, di quello che facciamo e soprattutto dal futuro che riusciremo a dare ai nostri figli. Se volete un motivo in più per continuare ad amare Tullio Avoledo (mai come in questo romanzo,”canary in a coal mine”, per citare Kurt Vonnegut jr.), provate a cercarlo tra le pagine di questo piccolo libro, stampato su carta riciclata. Lì troverete il coraggio di chi non si sottrae, l’orgoglio di uno scrittore che è, prima di tutto, un uomo capace di brevettabili fantasie salvavita.

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