Lungo il vento

Magnanimo, metà degli anni ’40. Inizia la stagione della caccia, i bicchieri di vino rosso e i cori dei canti dialettali sono un ricordo ormai sbiadito. Ci sono solo famiglie disgregate dal dolore, asfissiate dal profumo di morte e intrise dal rosso del sangue. I tedeschi non sono più i nemici da combattere, il nemico è il vicino che, vuoi per la Repubblica Sociale, vuoi per il Regno d’Italia, vuoi per l’Italia comunista o per quella democratica, spara. E mentre i morti continuano a crescere, Federico Celesti combatte, con i suoi uomini, la sua guerra… Magnanimo, metà degli anni ’60. Due bimbi, Cinzia e Osvaldo, corrono felici per le campagne. Per una sfida giocosa, Cinzia cade in un fossato. Sarà il carabiniere Pasquale Losaccio ad accorrere sul luogo per salvarla, ma qualcosa di più grande di lui, accade di fronte ai suoi occhi, di fronte alla sua impotenza… Magnanimo, ai giorni nostri. Valentina Laghi ha appena superato il cartello di benvenuto a Magnanimo, Comune denuclearizzato, quando la sua microcar inizia a ribellarsi. La voce di sua madre, che solo Valentina può sentire, le ricorda che da un’auto di quel tipo non ci si poteva aspettare niente di buono…
Con Lungo il vento, lo scrittore emiliano abbandona il genere del racconto, per offrici un lavoro di più ampio respiro, mantenendo intatta la sua abilità quasi chirurgica nello scandagliare gli abissi dell’animo umano per svelarne tutte le sue le brutture. Protagonista indiscusso di quest’opera, ambientata in tre epoche storiche differenti, è il vento che scendendo dalle montagne riesce, sempre e comunque, a calare sul paesino Magnanimo, sia nel caldo dell’estate sia nel gelo dell’inverno. È quel vento che soffia sulla storia della resistenza, che forgerà miti a cui aggrapparsi, che accompagnerà un terremoto che farà aprire la terra e ingoierà senza pietà uomini e cose e che, infine, sarà a fianco del medico legale che, munita del solo bagaglio della speranza, cercherà in quel paesino fantasma la sua tranquillità. Storie crudeli, al limite della follia, in grado di disvelare tutta la ferocia insita nell’essere umano. Naturale, nel leggere quelle parole, riandare a William Golding e a quel suo indelebile pensiero secondo il quale “le api producono il miele come l’uomo produce il male”, concetto magistralmente rappresentato nella pagine indimenticabili de Il signore delle mosche. Già, perché Lungo il vento è impregnato di quel male che solo l’uomo è in grado di produrre riuscendo, peraltro, a farlo germogliare anche in quelle anime, che sono o dovrebbero essere, pure: i bambini. Come nelle opere precedenti il male, il cinismo e la ferocia per la loro intensità non lasciano spiragli al bene o alla speranza sempre destinare a cadere, a perdere a tavolino. Se a ciò si aggiunge il ruolo dell’informazione e la capacità, quasi surreale, di revisionismo sarà possibile, paradossalmente, affermare come nulla di crudele sia successo, soprattutto quando tutte le atrocità vengono riviste alla luce di un concetto, spesso ambiguo ma salvifico, che è quello dell’Ideale in virtù del quale si arriva all’aberrante risultato di ammettere che tutto sia lecito e tutto sia giusto. O che nulla sia successo.

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