L'università di Rebibbia

L'università di Rebibbia
Nel 1980 la scrittrice Goliarda Sapienza viene arrestata per aver rubato dei gioielli ad una sua conoscente. A 56 anni, una donna abituata a vivere non tra gli agi (perché ormai da anni in grave crisi economica) ma insomma in un ambiente di artisti, intellettuali e borghesi viene catapultata nel braccio femminile di Rebibbia, dova viene a contatto con un'umanità dolente, umile, rabbiosa. Il carcere ha le sue regole e i suoi riti e Goliarda deve impararli sin da subito: ad aiutare questa 'signora' precipitata nell'abisso a non perdersi Giovannella, una ragazza madre adolescente che si fa sempre arrestare per oltraggio a pubblico ufficiale quando deve abortire, perché dentro 'lo fanno meglio', Teresa Marrò, una giovane ex attrice distrutta dell'eroina e dall'indifferenza della madre, Edda, un donnone che per le detenute è madre, punto di riferimento e a volte anche amante, Mamma Roma, un'esile anziana che sostiene di avere doti paranormali, e l'enigmatica cinese Suzìe Wong che prepara profumatissimi té e coinvolge le compagne in lunghe discussioni...
"Lì non hai l'obbligo di vestirti, se non ti va non parli, non devi correre a prendere l'autobus. Quelle che ti conoscono sanno esattamente cosa vuoi. Quando sono uscita ho avuto la nettissima impressione di aver lasciato qualcosa di caldo, di sicuro": questo diceva della sua breve esperienza in carcere Goliarda Sapienza, figura centrale della letteratura italiana del dopoguerra colpevolmente trascurata in vita (è scomparsa nel 1996 nel disinteresse del pubblico) e recentemente protagonista di una riscoperta meritoria ma tardiva. Nell'ambito di tale riscoperta, avviata dalla pubblicazione dello splendido L'arte della gioia, anche Rizzoli fa tornare in libreria questo bellissimo L'università di Rebibbia, vero gioiello neorealista che fotografa con candore e spietatezza una delle Italie uscite dal '77 e avviate alla paraentesi anestetizzata degli anni '80: non l'Italia barricadera dei movimenti, delle utopie, della lotta politica, ma quella a margine, del sottoproletariato in carcere, dei derelitti, dei dimenticati. Quella due volte umiliata e offesa perché femmina. Non è la letteratura carceraria del noir americano, con i pestaggi, gli stupri, la tortura, ma il racconto di un carcere che è spazio chiuso e tetro in cui donne diverse tra loro ma accomunate dalla loro femminilità si confrontano, annusano, confortano fino ad annullare tutte le distanze sociali in nome di un comune, tenero dolore.

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