L'uomo che vendeva il futuro

L'uomo che vendeva il futuro
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"Wow. Non sapevo esistessero degli specchi segreti a Fallujah. Prendi ancora un po' di M&Ms, Muhammad, e dimmi cosa pensi davvero della democrazia". 2008, Johannesburg. Sta per iniziare il Futureworld, il trendissimo congresso internazionale di futurologi sul quale il Sudafrica punta forte per diffondere un'immagine positiva del Paese due anni prima dei Mondiali di calcio, malgrado la violenza e la povertà impazzino. A dire banalità con bassissima probabilità di realizzarsi davvero sul futuro del pianeta ci saranno i soliti noti che non mancano mai in queste occasioni: Bono Vox, Condoleeza Rice, nostalgici di Clinton, i fondatori di Google, neoecologisti, profeti della New Economy e geni assortiti. Yates è stato invitato ad aprire i lavori del congresso, e chi meglio di lui, rampante squalo della comunicazione, copywriter di successo, guru e guitto al tempo stesso, uno che conduce pagatissimi brainstorming giocando a golf ed è capace di tenere riunioni motivazionali su tutto e il contrario di tutto a chiunque? Per Yates però è un periodo difficile, dopo anni di successi e denaro: la fidanzata Lauren l'ha appena lasciato per un professore di Storia - ironia della sorte? Yates sospetta che questa scelta di lei non sia casuale - e rifiuta di rispondere alle sue telefonate, e per giunta una missione spaziale per vip per il lancio della quale si era prestato come testimonial si è traformata in un macabro reality-show perché a causa di un guasto le riserve di ossigeno della navicella stanno esaurendosi rapidamente, e l'equipaggio di miliardari in orbita è destinato a una fine orribile in diretta tv. Giunto in albergo a Johannesburg, Yates per prima cosa si ubriaca oscenamente, e poi ha un malinconico rendez-vous con una stupenda prostituta 'agli esordi', Marjorie, che scatena in lui una profonda crisi di coscienza. Nella notte insonne che segue, quella prima del suo attesissimo intervento a Futureworld, Yates cancella tutto il discorso che si era preparato (la solita meravigliosa marmellata di scopiazzature, citazioni pop, aneddoti successi in aeroporto che dovrebbero avere un senso esistenziale e riferimenti vaghi alla cronaca locale tanto da dare l'idea di essere un conoscitore del luogo) e riscrive tutto da capo. La mattina dopo, dal palco, si lancia in un'emozionante autocritica, demolendo il senso del congresso e il ruolo di quelli come lui, ammettendo di essere un truffatore ignorante (come tutti i presenti in sala, del resto) e di non avere la più pallida idea di che cazzo riservi il futuro del pianeta ma solo di sapere di non sapere, come Socrate qualche millennio prima. Al termine del discorso, gelo in sala. Il più celebre opinionista del mondo ha appena buttato la sua carriera al cesso? Non proprio, perché poco dopo viene avvicinato da Amanda Glowers, sottosegretario Usa, che gli consegna la chiave di una stanza d'albergo dove si tiene un meeting segreto con due enigmatici agenti di una fantomatica agenzia paragovernativa statunitense che gli offrono una barca di soldi per viaggiare per il mondo, annusare che aria tira e comunicare a loro le sue impressioni sull'opinione che i vari popoli hanno degli Usa. Pur se perplesso, Yates accetta e - dopo aver invano cercato Marjorie per portarla con sé - parte per la Groenlandia, dove vive, perduto tra i ghiacci, un suo amico d'infanzia mostruosamente ricco, Campbell. Lo trova perduto a contemplare iceberg che si sciolgono e ad accoppiarsi (quando non litigano furiosamente) con una gigantessa eschimese orrenda, grassa e puzzolente figlia di un pezzo grosso della mafia groenlandese. Nel frattempo cominciano a piovere nella sua casella e-mail minacciosi messaggi costituiti da quartine di Nostradamus: il viaggio di Yates comincia bene, si direbbe...C'è chi ha visto nel romanzo d'esordio del potentissimo guru della pubblicità James P. Othmer, direttore creativo della Young & Rubicam, una smania di redenzione del tutto simile a quella che rode l'anima del protagonista de L'uomo che vendeva il futuro, l'equivalente del suo discorso apparentemente 'suicida' che invece gli garantisce una fama ancor più imperitura nella stessa società dell'immagine che il discorso intendeva demolire. E' un'interpretazione suggestiva, e probabilmente c'è del vero. Oppure potrebbe trattarsi di una gigantesca meta-ironia tesa in realtà a ridicolizzare chi tenta di sovvertire lo status quo e paradossalmente proprio per questo ne è in realtà una pedina essenziale. Sia come sia, Othmer affronta i suoi demoni con le armi del sorriso e dell'ironia, producendosi in un bombardamento di motti spiritosi irresistibilmente intelligenti quale mai mi era capitato di subire: le idee schizzano dalle pagine come popcorn, le battute fanno ridere fino alle lacrime (almeno a me), il plot cambia direzione ogni 5 minuti. Spy-story, romance, satira, coloratissima commedia, persino thriller catastrofista a tratti, L'uomo che vendeva il futuro manda defnitivamente in soffitta le fascinazioni fin de siècle per 'il nuovo millennio' con le quali ci hanno scassato la minchia per anni a forza di sberleffi e si legge come un romanzo d'avventura. Per chi galleggia nella cultura 'web' 24 ore su 24, un'esperienza davvero catartica, piacevole come un weekend in una factory del benessere. Per gli altri, un romanzo magnificamente inconsueto nella sua intelligenza.

 

 

 

 
 
 
 
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