L'uomo che voleva essere Francis Scott Fitzgerald

L'uomo che voleva essere Francis Scott Fitzgerald
Stewart "Hoagy" Hoag ha assaporato l'ebbrezza di essere uno scrittore di successo. Era sposato alla strepitosa e lanciatissima attrice Merilee Nash, era ricco, la critica lo aveva osannato alla comparsa sulla scena del suo romanzo. Ma la vena creativa lo aveva abbandonato, e così pure la moglie. Hoagy era rimasto solo in un appartamentino newyorchese pieno di spifferi, con la sua basset hound Lulu e una seconda carriera come ghost-writer delle memorie di personaggi celebri. È in questa veste che gli affidano il compito di aiutare il più recente astro nascente della letteratura a mettere giù il suo secondo libro. La star in questione è Cam Noyes, ex modello di Ralph Lauren, turbolento, coccolato dalle donne e dagli editori, proiettato come una meteora verso una vita sopra le righe, ma arenatosi dopo il suo unico best seller. Hoagy accetta l'incarico. La faccenda però non è di tutto riposo, visto che Cam è un soggetto spinoso da gestire. Troppo alcol, troppi vizi, troppo impegno nel recitare la parte di bello e dannato, troppa ansia di autodistruzione. Poi l'affare comincia a farsi pericoloso: Hoagy riceve minacce nei confronti di Merilee, qualcuno gli sfonda l'appartamento a colpi di martello, e arriva il primo cadavere al quale, a distanza di poco, ne segue un altro. Nella storia di Cam c'è qualcosa che non torna e qualcuno vuole impedire che il segreto venga a galla. Così, da penna fantasma, Hoagy si ritrova a vestire i panni stropicciati dell’investigatore, per scoprire una verità piuttosto sgradevole per chiunque abbia ambizioni letterarie...
A David Handler questo libro ha fruttato importanti premi per giallisti, fra cui l’ambitissimo Edgar Award. Un riconoscimento meritato, perché L'uomo che voleva essere Francis Scott Fitzgerald ha le incalzanti e autoironiche caratteristiche dell'hard-boiled calate nell'insolito contesto del mercato editoriale. Ambiente tronfio e saccente, corrotto e corruttore, gestito con criteri di marketing degni di un'azienda di saponette. Per vendere un buon libro non è sufficiente che ci sia dietro un bravo autore, ci vuole un personaggio che sfondi. Se i due requisiti non si trovano abbinati in modo naturale, non resta che mescolare le carte per ottenere a tavolino la combinazione desiderata. Basta, ovviamente, che non si sappia in giro. Con i suoi guai coniugali e il drink facile, Hoagy sembra il cugino più fortunato del Matt Scudder di Lawrence Block. Rientrano nel genere anche lo stile secco come un Martini dry e i dialoghi rapidi e guizzanti, insaporiti da trancianti giudizi sulla cultura degli anni Ottanta: la nonmusica alla Philip Glass che aleggia nelle gallerie d'arte allestite in magazzini ristrutturati; la scuola post-moderna e neo-nonesistente che sforna sculture orrende, monumentali e costosissime; l'universo a parte di "poco talento, troppi soldi ed esagerata pubblicità" formato dal trio McInerney, Ellis e Janowitz, giusto per citarne qualcuno. Mancano, dell'hard-boiled classico, la disperazione metropolitana, la melma umana di contorno, il senso del tragico che i personaggi si portano appresso come un’ombra, o una maledizione. E questo finisce per far calare un po' la tensione. Ma per un giallo piacevole e scorrevole, costruito intelligentemente a suon di variazioni sul tema dei cliché, va bene anche così.

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