Mùnscià

Mùnscià

Ismaele Buoncore è un manager industriale di cinquantatré anni, vive nel 2033 e ha visto la crisi del mondo occidentale prima travolgere e poi distruggere la morale del ventesimo secolo. Il terrorismo, la spaccatura insanabile tra due modelli agli antipodi che ha seguito un’evoluzione allucinata e senza freni, ha segnato la popolazione in modo irrimediabile. L’inquinamento selvaggio, lo sfruttamento senza scrupoli delle risorse mondiali depredate in modo meschino e bieco, hanno portato la terra a una ribellione senza precedenti. Le guerre, le carestie e la povertà hanno costretto intere popolazioni a migrare senza una meta designata, in fuga dal nulla assoluto che li stava uccidendo lentamente. È questa la società post industriale di Ismaele, tipo sui generis che non s’è arreso a un modello di vita preconfezionato che non sente appartenergli: una gerarchia sulla cui cima siede un’entità ambigua, fumosa, nemica giurata, seppur silente, di tutto ciò che simboleggia la libertà nelle sue più diverse sfaccettature. Nemica della cultura, nemica della letteratura, nemica dell’arte tutta, nemica della libertà di pensiero puramente intesa. È a questa entità che fanno riferimento tutte le istituzioni del nuovo mondo, a partire dalle reti televisive e procedendo per le radio, passando per i giornali, le forze dell’ordine e il sistema giuridico, fino ad approdare ai sindacati e, naturalmente, agli stessi organi di governo. Una rete di potere diversificata, interamente assoggettata, soggiogata, al nuovo leader assoluto. Un leader che tutto divora e che nulla lascia alla sfera personale, omologando, bloccando, imbavagliando, accecando tutto e tutti, un leader che ha costruito un nuovo mondo dove non c’è spazio per la speranza o per i sogni. È questa la società in cui si trova a vivere Ismaele, che pur tuttavia conduce un’esistenza normale, banale nella sua quotidianità, finché un giorno qualcosa cambia. Qualcosa cambia e cambia tutto. S’abbassa una leva nel suo cervello, si spegne qualcosa e se ne accende un’altra, e si asserraglia nella fabbrica in cui lavora, armato di fucile…

Mùnscià è uno di quei romanzi che, nelle attuali condizioni politiche e sociali, è importante leggere ed è importante scrivere e pubblicare. Nell’era di Trump e del ritorno degli estremismi, nell’era dei nuovi “muri” e del fondamentalismo islamico, nell’era dell’inasprirsi dei cambiamenti climatici e della globalizzazione questo, nonostante sia un romanzo distopico ambientato nel futuro, è un libro più contemporaneo e utile che mai. Asola, scrittore di Alba al suo terzo romanzo, ha creato un’opera davvero fondamentale per i nostri tempi. Ricorda 1984 di Orwell, per certi versi ‒ e non è un caso, forse, che Asola si sia laureato con una tesi proprio sullo scrittore inglese ‒ e Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood per altri, ma al suo interno è forte e ben delineata anche una cultura italiana ravvisabile nello stile e nella costruzione dei personaggi. Mùnscià è un bel romanzo, ideato e scritto con maestria, con un ritmo che non si inceppa e che ha molto da offrire e molto da insegnare, costruito con mano ferma e che va dritto all’obiettivo.



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