Mùtilo

Mùtilo

Ora si dovrà adattare all’assenza di mani perché chi non si adatta poi scompare, chi non si adatta è come se non si fosse evoluto, e merita quindi di morire. O no? Questo si chiede Mùtilo. Non è vero, poi si dice, non lo merita, forse è stata solo pigrizia, lui ha deciso, non vuole fare parte della corsa, che siano gli altri a correre. Lui non vuole partecipare, vuole rimanere in disparte, che si tengano la loro competizione, il loro baraccone, i loro cinque minuti di gloria, e lo lascino in pace, lo lascino perdere! Dice di avere una vocazione a morire. Ma poi subito si blocca, si interroga, si corregge. Ho detto vocazione?, si chiede. Dio, che parola orribile, si risponde. Gli ricorda, dice, una suora infelice. O un bambino che si fa violentare da un prete che in passato ha avuto una “vocazione”: la sua, invece, è più un’attitudine. A vivere. A creare. A comporre. A scomporre. A scomporsi…

Marco Vetrugno, giovane scrittore, poeta e drammaturgo, ha composto un interessante testo teatrale, un monologo in versi che ha come protagonista un personaggio il cui nome, in ossequio a un’antica tradizione, che ha avuto senza dubbio tra i suoi massimi esponenti Plauto, è davvero “parlante” in senso stretto. Mùtilo lo è sul serio: la sua presenza in verità deriva proprio dalla parzialità, dalla mancanza, dalla mutilazione, dalla divisione, dalla schisi. Il personaggio si pone quelle domande che sono gli interrogativi che appartengono alla natura umana da sempre, sul senso stesso dell’esistenza, e procedendo sempre più a fondo vede sfaldarsi ogni sua certezza. Non esiste più poesia – interessante proprio per questo dal punto di vista artistico che il monologo, organizzato in più movimenti, sia, come detto, in versi –, bensì solo disincanto. Pian piano sparisce sempre di più, si sfalda e il suo dissolvimento è eloquente: perché rappresenta allegoricamente ma con crudezza estrema, violenta, tangibile, ammaliante, significativa, l’identità che ha perso ogni punto fermo nella realtà moderna che reifica ogni cosa, non restano che scarti, scavando dentro di sé Mutilo fa emergere solo vomito e sangue. Ma è lo scavo la sola speranza di salvezza contro l’orrore e la spersonalizzazione del mondo, recuperare la visceralità delle emozioni, il luogo dell’anima nel non luogo di ciò che ci circonda, l’umanità nel disumano.



Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER