M Il figlio del secolo

M Il figlio del secolo

Lui non è un fine stratega, illuminato dalla precisa conoscenza della psicologia delle masse e dei processi storici. No, lui è dotato di un fiuto animale verso l’azione, di un intuito eccezionale verso le attese delle masse, di una veggenza straordinaria dei percorsi da compiere per portare avanti la storia. Un rapporto di Pubblica Sicurezza lo definisce “intelligente, di forte costituzione, benché sifilitico, sensuale, emotivo, audace, facile alle pronte simpatie e antipatie, ambiziosissimo, al fondo sentimentale”. Con queste caratteristiche congenite, il giovane Benito Mussolini intraprende la sua carriera di giornalista e politico nell’ambito del movimento socialista: il 1919 è l’anno in cui hanno origine, a Milano, proprio ad opera di Mussolini, i Fasci Italiani di Combattimento. Si tratta di raggruppare e canalizzare la rabbia dei reduci e degli arditi, delusi dalla conclusione della guerra, di porsi alla guida di un gruppo di spostati, di esaltati, di marginali e farne la testa d’ariete della rivoluzione contro una casta della politica nutrita di privilegi, di parassitismi, di inerzie e di vedute di scarsa lungimiranza. Sono poche centinaia, all’inizio, le tessere degli aderenti all’iniziativa dell’ex direttore de “L’Avanti!”, ora costretto a lavorare in una stanza mal arredata di uno scantinato milanese, dove ha sede la redazione de “Il Popolo d’Italia”. La prima occasione è data dalla chiamata a raccolta di quell’avventuriero, straordinario poeta ma inadeguato politico che è Gabriele d’Annunzio, il quale medita e programma una incursione di arditi per prendere con la forza la città di Fiume. Ed è così che nasce la sottoscrizione per l’impresa fiumana il 12 settembre 1919 davanti alla redazione de “Il Popolo d’Italia”, ma d’Annunzio è troppo autonomo e troppo idealista – a quel poeta manca il senso della realtà, intesa come compromesso necessario con le forze sociali – per potersi fidare di lui. Meglio temporeggiare e valutare, col tempo, la precisa collocazione della propria iniziativa che, a sinistra, sembrava avere ormai pochi consensi. È infatti dell’anno successivo la svolta a destra, ratificata dal secondo Congresso dei Fasci di combattimento, inizio del percorso che porta ben presto i fascisti di Mussolini all’accordo con Giolitti nelle liste dei “Blocchi Nazionali” antisocialisti del 1921. Ora, l’onda di insorgenza, i delusi in cerca di un riscatto, gli arditi, i reduci cominciano a raccogliersi con maggiore convinzione intorno all’azione di Mussolini: lui ne fiuta, ancora una volta, i bisogni, le aspirazioni, le velleità. Così, ben presto, dopo il fallimento dell’operazione dannunziana a Fiume, e ormai consolidato il radicamento dei Fascisti a destra, con le coperture ed i finanziamenti degli industriali, Mussolini può collocarsi alla testa di un movimento di opinione sempre più diffuso: la strada verso il potere è ormai segnata. I due anni che seguono non fanno che consolidare il potere fascista e il carisma di Mussolini, sempre più solo al comando della nazione, fino al punto di dover assumere su di sé le responsabilità della storia e del comune destino di un intero popolo…

La Storia (con la maiuscola) narrata in questo ‘romanzo’, per la verità, si allunga fino al 1924, anno del drammatico episodio dell’assassinio del deputato socialista Giacomo Matteotti: ma quel che conta, ovviamente, non è la “storia” (questa volta con la minuscola) romanzesca quanto piuttosto la prospettiva, l’inquadramento, il corredo documentale, lo stile, insomma tutto quello che è la “narrazione” nel senso letterario del termine. Insomma, non ci sarebbe nulla di nuovo, né di interessante, probabilmente, se questo romanzo fosse stato “storico” nel senso della riproposizione di una materia ormai da tutti noi italiani conosciuta, non foss’altro che per il semplice fatto che ne siamo figli. Quel che colpisce (e che interessa) in questo romanzo è intanto la prospettiva inedita: la storia raccontata dal suo protagonista – e, peraltro, senza una messa in discussione di tipo pregiudizialmente ideologico ‒, dall’uomo Benito. Una prospettiva che – pur non riuscendo ad evitare completamente certe pregiudiziali sulla natura e sulla consistenza della “rivoluzione” fascista – propone una versione della storia del nostro Paese meno convenzionale e meno falsificata dalle rigidità di parte: dunque, una prospettiva di narrazione inedita e, per questo, avvincente. Ma si aggiunga che alla “diegesi” che tutti conosciamo, si integrano magistralmente lacerti di giornale, documenti storici, lettere e quant’altro non siamo abituati a leggere in una struttura romanzesca: una operazione narrativa che, per certi versi, potremmo definire “sciasciana” e che richiama, più da vicino, alcuni esperimenti di Camilleri. Ma qui la sostanza è diversa: si tratta di raccontare non un giallo di invenzione, ma il “romanzo” della nostra “storia”, una storia ancora troppo vicina e dolorosa, con la quale l’Italia non ha finito di fare i conti, ed un romanzo nutrito di verità ancora brucianti. Si sono imputati al romanzo errori ed omissioni: ma anche questi si perdonano alla libertà della narrazione romanzata e romanzesca, tanto più se a sostanziare di qualità il racconto è una scrittura abile ed una ben architettata macchina narrativa. Da leggere senza pregiudizi.



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