Ma dov’è Banksy?

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Nei primi anni del XXI secolo a Bristol, nel quartiere di Barton Hill, prende il via la carriera artistica ‒ se così si può definire il percorso di un writer ‒ di Banksy, un nome ormai noto a tutti, a differenza del suo volto che rimane tutt’oggi sconosciuto. I primi lavori sono del 2002 e già tra questi campeggiano alcune delle figure che rimangono ad anni di distanza nell’immaginario del pubblico-cittadini-passanti-seguaci dell’anonimo provocatore raffinato: The mild mild west, Gorilla in a pink mask, There is always Hope, la bambina in camicione con palloncino rosso a forma di cuore spinto via dal vento (il pezzo forse più fruttuoso in senso monetario, fra tele e gadget), John Travolta e Samuel L. Jackson e le loro pistole-banane in Pulp fiction, Anarchist Guard, Happy Choppers, gli elicotteri infiocchettati di rosa dipinti al Whitecross Street Market di Londra con il loro sarcasmo pungente nei confronti delle superficiali strategie comunicative occidentali, che riportano le guerre con le tinte lievi dei giochi infantili. Un 2002 che chiude una stagione di rodaggio ben congegnato e un 2003 che si apre con uno dei graffiti più ad effetto dell’intero suo lavoro, Flower Thrower, che troneggia sul muro di un garage a Gerusalemme, e che, in segno di solidarietà con i palestinesi di Cisgiordania e Striscia di Gaza, immortala un ragazzo col viso coperto nell’atto di lanciare quella che potrebbe essere una bomba e invece è un mazzo di fiori. E ancora proprio nel biennio 2003-2004 iniziano a comparire i topi, uno dei suoi soggetti distintivi, fino ad arrivare ai murales del 2007-2008 e i riferimenti alla crisi finanziaria. Quando arriva il 2009-2010 del documentario Exit Through the gift shop la notorietà di Bansky è ormai alle stelle e il film testimonia e accontenta i pruriti dei curiosi sui dietro le quinte, aumentando la risonanza mediatica dei suoi gesti. Il 2013 è l’anno della residenza a New York, l’esplosione delle installazioni e la consacrazione con la creazione di un intero parco divertimenti o “parco dei disorientamenti” dalle parole del graffitaro inglese, Dismaland, che ha registrato per cinque settimane il tutto esaurito. Allestito nella desolata località marittima del West Country Weston-super-Mare, l’installazione ha ospitato opere di artisti e attivisti di rilievo sui temi sociali più scottanti...

Come si dice dei grandi artisti, e più frequentemente dei registi cinematografici ‒ chissà perché ‒ Banksy o si ama o si odia. Nato alle pendici di una street art i cui parametri sono ancora oggi in via di definizione, c’è chi lo ritiene un buon speculatore che cavalca la trovata dell’anonimato, notoriamente mezzo pubblicitario capace di stimolare enormemente la curiosità del pubblico, e chi lo reputa un genio, fuori dalle etichette che difficilmente ne racchiudono la varietà dell’operato. Non si pone il dubbio di una neutralità storiografica questo volume, che celebra con parole quasi della strada e la purezza di un ammiratore più che di un saggista, il writer senza faccia, e retoricamente si chiede, e chiede al lettore, dov’è Banksy (in un’accezione che sembra implicitamente sottintendere: chi è). Eccolo chi è, ecco dov’è, sembra rispondersi di pagina in pagina Xavier Tapis, Banksy è in quello che fa, in quello che dice attraverso la chiarezza delle sue opinioni, delle immagini. Che sia un singolo, un collettivo, uomo o donna, vecchio o giovane, il senso della sua esistenza per chi ne fruisce i lavori sta proprio nelle opere più che nella sua umana identità. Figlio della comunicazione come l’aveva pensata Andy Warhol, è una fucina di informazioni, opinioni, concetti semplici distillati in un linguaggio raffinato quel tanto che basta a far sorridere, alzare il sopracciglio, storcere il naso agli uomini e alle donne che percorrono le strade della città all’andatura sostenuta della contemporaneità. La ricerca della rapidità dell’atto per una percezione pungente dalla resa brillante è una grande dote del comunicatore, più che dell’artista Banksy, che trova la sua forma in una sorta di linguaggio quasi pubblicitario, con le ripetizioni dei soggetti, la pulizia del messaggio. Combatte lo slogan con lo slogan, la comunicazione propagandistica d’effetto con la contro informazione ugualmente di massa, ma questa volto di dissenso. Un artista sulla strada, che più che della strada e con la strada parla attraverso la strada, a tutti coloro che la strada la vivono come un lungo corridoio, che li porta da un ritardo ad un altro. Cerca un interlocutore borghese, a cui non deve interessare tanto il graffito in quanto tale, ma il fatto di sentirsi chiamato in causa e moralizzato. La città è tutta un museo a cielo aperto. Ne sottolinea la portata sociale questo libro enciclopedico, con foto e brevi didascalie esplicative, e si tiene ben lontano dal confronto con il mondo dell’Arte, termine che relega a definizione obsoleta, un semplice esempio di nomenclatura antiquata che non riguarda questo tipo di espressione. Eppure Banksy nei musei, nelle gallerie, c’è stato e c’è, e da quei collezionisti antiquati trae grande profitto. Anche questa una provocazione? Può darsi, forse un po’comoda.



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