Macbeth

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La profezia di quelle orribili streghe ronza nella testa di Macbeth, vassallo di re Duncan, uomo leale e marito fedele. Gli hanno predetto che sarebbe diventato signore di Cawdor e re di Scozia, ma come è possibile che ciò avvenga? Re Duncan è saldo sul suo trono, soprattutto dopo l’ultima vittoriosa campagna militare contro il ribelle MacDonwald. I pensieri agitano la pura umanità del condottiero e gli insidiano il cuore più della lancia più affilata del più letale dei nemici. Quelle tre strane sorelle hanno anche detto che lui sarà capostipite di una dinastia di re. Ma no! Cosa stanno dicendo! Sicuramente si stanno burlando di me, come sempre si burlano delle vicende degli uomini, viste da quegli esseri terribili come sciocche facezie. Eppure la prima profezia si è già avverata: Ross, il messaggero del re, gli ha appena comunicato che è ora divenuto signore di Cawdor. Che non si tratti di una burla? Meglio scrivere a Lady Macbeth, la sua consorte, per informarla di questo strano incontro, che sempre più assume i connotati di un appuntamento col destino…

Feroce, fosco e sanguinario come solo la sete di potere sa essere; questo e molto altro è Macbeth, tragedia fra le più famose di William Shakespeare, classico intramontabile e inesauribile fonte di adattamenti teatrali, lirici e cinematografici (è di prossima uscita la versione di Justin Kurzel, con Michael Fassbender nel ruolo che già fu di Orson Welles e Jon Finch). Si è senz’altro scritto tanto su quest’opera e certo non sarà in queste poche righe che riuscirò a dire qualcosa di diverso da quanto già detto da critici ben più autorevoli di me. Vorrei però far riflettere sull’attualità di questa tragedia, che ancora non smette di stupire per modernità e fascino gotico. Macbeth è un uomo valoroso, leale e fedele che viene corrotto dall’ambizione smisurata, avvelenato dalle parole di tre streghe che amano giocare con le sorti degli uomini e dall’amore distruttivo e violento della sua consorte, vera anima nera disposta a tutto pur di far ottenere al marito il trono di Scozia. Il nostro protagonista mentirà, ucciderà e cancellerà ogni briciolo di umanità nel suo cuore pur di arrivare al suo scopo e nel momento in cui l’otterrà non potrà far altro che accumulare follia su follia, paranoia su paranoia, cecità emotiva su cecità emotiva fino a un epilogo tinto di amare riflessioni che annegano in una pozza di sangue rappreso. Macbeth rappresenta la disumanizzazione dell’umano, un uomo buono che cede alle lusinghe del comando e della conseguente ossessione per il controllo totale, e in linea con il saggio adagio popolare che dice che “comandare è meglio che fottere” farà di tutto per conservare una corona usurpata col sangue e il sotterfugio. Non c’è sacrificio che non valga quel trono insanguinato e non è possibile non fare riflessioni sulla nostra contemporaneità, con figure disposte a qualsiasi cosa pur di mantenere il proprio potere e la propria influenza, prevaricando tutto e tutti, dal microcosmo delle ambizioni di carriera fino al sottobosco occulto della criminalità, passando per i privilegi delle cariche politiche e lo sciacallaggio di chi è disposto a tutto pur di un posto al sole, in qualunque ambiente. La modernità di Macbeth risiede in questo, nella nostra umana vanità, quella che ci rende dei prevaricatori nati, disposti a piccole/grandi sopraffazioni in nome dell’appagamento di un ego sempre più difficile da soddisfare, nelle sue infinite e multiformi perversioni.



 

 

 

 
 
 
 

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