Madonna col cappotto di pelliccia

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Turchia, anni ’30. Raif Effendi è “un uomo mediocre, senza tratti distintivi – non diverso dalle centinaia di tizi che incrociamo nel corso della giornata, ma che non notiamo nemmeno”. Per il suo capo addirittura è “un uomo taciturno e riservato, un bonaccione, non farebbe male a una mosca”. Fa il traduttore dal tedesco per un’azienda, è uno degli impiegati con maggiore anzianità ma questo non gli ha comportato nessun tipo di aumento di stipendio. Un fannullone, per i colleghi, che dubitano anche della qualità delle sue traduzioni. Qualità, che invece, si rivela ineccepibile ma perché allora Raif non fa alcuna recriminazione? Non batte ciglio neanche quando viene convocato dai suoi superiori per minimi errori di battitura che gli causano ramanzine infinite e scenate pesanti, a volte fuori luogo. A nessuno in azienda viene riservato quel trattamento. Condividere il luogo di lavoro con lui significa aver a che fare con una persona quieta ma che dietro alla sua tranquillità forse nasconde dei misteri. Il suo nuovo compagno d’ufficio lo studia senza alcuna discrezione, perfino con sfacciataggine, tanto lui sembra non curarsi di quelle attenzioni. Distaccato dalla vita e dagli affetti, non Raif non ha neppure una vita familiare felice. Vive con la moglie e le due figlie, cognata e cognati con rispettive famiglie. Tutti in un piccolo appartamento perché i costi delle case a Ankara sono insostenibili per la sua paga misera. Perfino comprare il pane è un ostacolo per loro. Il suo giovane compagno di stanza scopre come vive quando va a trovarlo, dopo che una malattia l’ha costretto a letto per giorni. Tra di loro alla fine si crea complicità. La malattia di Raif Effendi prosegue, non gli lascia scampo. Deciderà di affidare al suo giovane amico un taccuino nero, sulle prime pagine una data, 20 giugno 1933, e appena sotto questa scritta: “Ieri mi è successa una cosa strana che mi ha fatto rivivere certe vicende, accadute dieci anni fa, che pensavo di essermi lasciato alle spalle per sempre”. Dietro quelle pagine scritte frettolosamente c’è un giovane Raif, un viaggio a Berlino e un dipinto, raffigurante una donna con un cappotto di pelliccia, destinato a lasciare il segno nella sua vita…

Torna in libreria con Fazi dopo l’edizione per Scritturapura del 2017 un romanzo uscito per la prima volta in Turchia nel 1942, e che ora nel suo Paese d’origine ha vissuto una nuova ondata di successo con milioni di copie vendute. La vicenda di un giovane rimasto senza lavoro e del suo incontro con un collega timido e apparentemente mediocre, fa da cornice a una storia d’amore intensa, quella di Raif e Maria, la donna col cappotto di pelliccia oggetto di un ritratto di cui rimane folgorato. Sabahattin Ali, scrittore, giornalista e docente, è morto pochi anni dopo aver dato alla luce questo libro, ucciso in circostanze misteriose nel 1948; già in passato era stato arrestato per le sue posizioni politiche in contrasto con Atatürk. Madonna col cappotto di pelliccia pare sia in parte autobiografico: anche l’autore infatti aveva soggiornato nella capitale tedesca durante gli anni Venti, proprio come Raif. Nel romanzo sullo sfondo si muove la storia di quegli anni, il mondo al termine della Prima guerra mondiale, inconsapevole di essere in procinto di affrontare un altro tragico conflitto. Diverse le ragioni di questa fama “di ritorno”, svariate le ipotesi. La leggerezza della scrittura, la modernità della relazione tra Raif e Maria, la stessa vicenda umana dell’autore, dissidente durante un regime repressivo, forse anche il fatto che molti giovani, tuttora, viaggino per il mondo, spesso in Europa, per cercare un altro tipo di futuro. Per il celebre poeta Nazim Hikmet questo è “Il libro di cui la letteratura turca aveva un bisogno vitale. Originale, perfetto… una musica meravigliosa”.



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