Madreferro

Madreferro
Laura ha trentacinque anni. Emancipata e colta, vive con consapevolezza e maturità il presente, sapendo bene ciò che vuole. Dopo tanto tempo, grazie a un congedo di lavoro, decide di tornare nella terra in cui è nata, per ritrovare un po’ del suo passato, e magari scrivere un romanzo. Fabbrica, da un primo sguardo, non le pare più come una volta. La Cina è arrivata fino a lì e agli autoctoni non piace. A Laura, d’altro canto, basta poco per accorgersi che dietro le mura protette delle case, lungo gli inginocchiatoi delle chiese, dentro le osterie scorre sempre tutto uguale. Semplicemente, quelli che erano giovani sono invecchiati, come Daniele, l’ex adolescente innamorato che ancora timidamente la corteggia; quelli che dovevano morire sono morti, come i suoi parenti, a parte zia Angela, rinchiusa  in un ospizio; quelli che non erano ancora al mondo sono venuti al mondo, come Elsa, la ragazzina pallida che ha per amico un cane e le ricorda dolorosamente un’età da cui lei stessa ha tentato di fuggire invano. C’è un album pieno di disegni. Sono bellissimi. Sembrano cartoline. Per Laura diventano una mappa da seguire, per rinvenire gli antichi passi della sua disgraziata famiglia. Una famiglia segnata dall’insana volontà e dagli oscuri maneggi di alcuni dei suoi membri, incrudeliti dall’onta del pregiudizio, affaccendati in rituali malvagi, affamati di vittime da sacrificare. A lei, superstite ignara di quella folle discendenza, spetta spezzare la catena ossessionante del retaggio inquietante che, incolpevole, rappresenta…
Il cammino da intraprendere non sarà facile. Laura dovrà addentrarsi negli intrighi della memoria, negli incubi dell’infanzia, nelle allucinazioni dei rimossi. Allora, nella via della croce, potrà espiare le colpe altrui e salvare se stessa. Dentro il mito, all’alba degli archetipi, là dove regna la Magna Mater, ci inabissa Laura Liberale, al suo secondo romanzo dopo Tanatoparty. In una scrittura che miscela con disinvoltura la lingua colta a quella popolare e dialettale, l’autrice dà respiro a un racconto suggestivo, sul filo dell’autobiografia e dell’immaginazione, rispondendo oltre che a un’urgenza letteraria alla necessità di richiamarsi al ruolo di donna in questo bizzarro cosmo. Il tema del ritorno alle origini, dettato dal bisogno di rintracciare una indispensabile cronologia soggettiva, si dipana di pagina in pagina attraverso l’epifania delle figure femminili, da cui ha inizio la medesima biografia della protagonista. Ma, a differenza di altri romanzi, qui l’imago femminea non rappresenta il grembo fertile e accogliente che nutre le parole del ricordo, nell’oralità di un sapere da tramandare con cura e dedizione. Le Madri-Dominae di Liberale non germinano vita. Sono streghe, arpie, megere. Distruttive, muovono con forza bruta e furia cieca i destini di coloro che, meschini, come pedine di carta si lasciano travolgere e abbattere. Laura può porre fine alla dannazione della sua stirpe, ma a un patto: che discenda nell’Ade. Così, inseguendo il mito di Demetra e Persefone, e anzi addirittura ribaltandolo e rivisitandolo al lume della contemporaneità, lei, ultima figlia, si cala negli inferi di un matriarcato invasivo, riabilitando in un viaggio al termine della notte, il suo vero “ghenos”. La persecuzione scompare. Le “masche” di ferro di Laura Liberale, finalmente, dovranno fare a meno del suo sangue. 

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