Maestro

Maestro
Quando Mario Lodi inizia la sua carriera di maestro elementare la guerra è finita da pochi anni, il piccolo paese in provincia di Cremona, Vho, è ancora sconvolto, come l’Italia intera. I bambini, ovviamente, sono i più vulnerabili, le loro paure, i loro sogni, sono ancora fortemente condizionati dai ricordi bellici. La classe che il maestro si trova di fronte è fatta di alunni passivi e privi di ogni curiosità, quasi rassegnati a sprecare il loro tempo all’interno di una istituzione che fa calare il sapere dall’alto, seguendo i programmi ministeriali e senza tenere in alcuna considerazione le personalità dei singoli studenti e il loro contesto di appartenenza. Perché i bambini, taciturni e diffidenti, sembrano riprendere vita solo quando corrono fuori dalla scuola? Cosa può fare un maestro, con i pochissimi e poveri mezzi a disposizione, per trasformare la scuola in un ambiente accogliente e stimolante, in grado di formare gli allievi senza reprimere la loro creatività? Da questi pressanti interrogativi, umani prima che professionali, Mario Lodi darà corpo a una vera e propria “rivoluzione pedagogica”, che non è esagerato definire una delle conquiste culturali più importanti del secondo dopo guerra. Il mondo dei bambini e delle bambine, la loro quotidianità, diventano il terreno dal quale far germogliare l’intero percorso educativo. Lodi intuisce che il disegno e la pittura possono essere lo strumento di partenza per far “raccontare” ai piccoli scolari sia il proprio vissuto che la propria vita interiore. I disegni vengono poi descritti e commentati, originando una serie di attività ulteriori che vanno dalla scrittura alla discussione di gruppo. Il percorso si va facendo via via più chiaro: la scuola che Mario Lodi sogna (e che realizzerà per sé e per generazioni di insegnanti e ragazzi a venire) è una comunità in cui la voglia di apprendere deve essere stimolata dall’interesse e non dal voto, in cui ci sia collaborazione e non competizione, atteggiamento critico invece di assimilazione passiva. Una comunità, insomma, in cui le regole devono nascere dal basso come esigenza comune e non imposte dal ruolo autoritario dell’insegnante…
Rileggere queste preziose testimonianze di Mario Lodi non significa solo ripercorrere alcune tappe importanti della storia scolastica del nostro paese, ma anche (e soprattutto) immergersi in una narrazione più avvincente di un romanzo. Lodi è un uomo appassionato che ha contribuito fortemente alla rinascita culturale di una Italia devastata dalla guerra. Ha portato idee, intuizioni, ha lottato per realizzare “dal basso” una riforma  non solo pedagogica ma anche politica, dove per “politico” si intende un impegno quotidiano e costante volto al benessere della comunità. Che senso aveva, ci racconta Mario Lodi, impegnarsi a fianco degli operai e dei contadini per una società nuova di uomini realmente liberi, senza intervenire anche nella scuola che trasmetteva l’ideologia della classe dominante ai ragazzi del popolo, figli degli sfruttati e degli oppressi?  Le pagine selezionate da Carla Ida Salvati e tratte da C’è speranza se questo accade al Vho raccontano, sotto forma di diario, esattamente questa esaltante esperienza umana e professionale. Il libro venne pubblicato all’inizio degli anni sessanta e insieme a Il paese sbagliato (del 1970) contribuì a far conoscere il metodo educativo ispirato al Movimento di Cooperazione Educativa fondato dal pedagogista francese Célestin Freinet. Oggi più che mai le parole di Mario Lodi ci sembrano importanti e attuali, non solo per chi opera professionalmente nella scuola, ma anche per chi vuole continuare a nutrire la speranza di non voler vivere in un “paese sbagliato.


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