Magellano

Magellano

In una giornata di agosto dell’anno 1519 il console portoghese a Siviglia Alvarez si reca a trovare Ferdinando Magellano per suggerirgli di abbandonare l’impresa che sta per intraprendere in nome del re di Spagna. Il diplomatico cerca di dissuadere l’ammiraglio richiamando l’attenzione sulla sua nazionalità portoghese e sul suo personale passato di servitore della propria patria. “Caro Magellano dispiace al suo re l’operazione che intende compiere (…) lei resta pur sempre portoghese in base al diritto (…), non lo dimentichi”, afferma il console all’indirizzo del capitano intento a riunire armi e vestiti all’interno di un baule. Poiché Magellano si mostra irremovibile ed anzi ribadisce di aver accettato la cittadinanza spagnola per poter proseguire nell’impresa, il console ritiene opportuno avvertire il suo interlocutore che sebbene il re di Spagna l’abbia nominato comandante supremo della spedizione nelle isole Molucche, esistono delle clausole segrete inserite nel contratto di arruolamento di due funzionari spagnoli, che prevedono obblighi di controllo nei suoi riguardi. I castigliani difatti, a dire del console, considerano Magellano un traditore, un opportunista. “È vero”, riflette tra sé e sé il comandante, dopo aver intimato al console di allontanarsi, “ho in mano un contratto firmato di pugno del re di Spagna che prevede la presenza a bordo di un vedor e un contador preposti rispettivamente al coordinamento della flottiglia ed alle verifiche contabili, ma come si sa il Re è pur sempre il Re e può ben rimangiarsi la parola data come si rigira una frittata di uova di quaglia. Meglio che mi metta a scrivere il testamento prima di partire”. Così Magellano scrive delle disposizioni testamentarie alquanto bizzarre prevedendo, in caso di morte, numerosi lasciti in favore dei poveri e dei monasteri della città di Siviglia e la restituzione della libertà allo schiavo Enrique ponendo i familiari al rango di altri beneficiari. Dopo aver terminato, conclude lo scritto con la clausola in uso ai tempi: “Nel nome del nostro onnipotente Signore Iddio, che regna dall’inizio dei tempi e per sempre e della gloriosa Nostra Signora la Vergine Maria”…

È il 12 settembre 1568 e Juan Sebastian del Cano, (Elcano in alcune fonti storiche) avvertendo l’avanzare dell’età, decide di lasciare traccia della splendida avventura vissuta a fianco di Ferdinando Magellano nel corso della prima circumnavigazione del globo terrestre avvenuta qualche decennio prima. Scrive quindi un lunghissimo memoriale di quella straordinaria vicenda rappresentando avventure e tragedie al di là di ogni “umana sopportazione” e coglie l’occasione per confessare un grave misfatto: l’essersi appropriato di meriti che in realtà sarebbero spettati al proprio comandante. Nella realtà, delle cinque imbarcazioni salpate da Siviglia il 10 agosto 1519 con duecentotrentaquattro membri di equipaggio solo diciotto uomini fecero ritorno in Spagna il 6 settembre 1533 a bordo dell’unica imbarcazione sopravvissuta, la “Victoria”, al cui comando vi era proprio Juan Sebastian. In ragione dell’impresa, il re di Spagna riconobbe solo a quest’ultimo la fama di condottiero protagonista della circumnavigazione del globo terrestre e solo a lui tributò onori, condonò pene e attribuì una pensione annua di cinquecento fiorini. A Juan Sebastian fu destinato l’ordine cavalleresco della Santa Croce di Cordoba e in suo onore fu elaborato un magnifico stemma simbolico dell’avventura finanziata dalla corono spagnola. Si trattava di uno scudo composto da due bastoncini di cannella incrociati a noci moscate e chiodi di garofano sormontati da un elmo che reggeva la sfera terrestre con il superbo motto: Primis circumdedisti me. È un’espediente narrativo quello che conduce il lettore tra le pagine del romanzo storico di Gianluca Barbera dedicato alla straordinaria avventura del navigatore portoghese Ferdinando Magellano, che narra della prima circumnavigazione del globo terrestre compiuta tra il 10 agosto 1519 e il 6 settembre 1533 da una flotta spagnola composta da cinque imbarcazioni: la “Trinidad”, la “San Antonio”, la “Conception”, la “Victoria” e la “Santiago”. A bordo vi erano duecentotrentaquattro membri di equipaggio, tra cui venti italiani. Dopo la morte del comandante avvenuta il 27 aprile 1521 e complessivi due anni undici mesi e diciassette giorni di navigazione, fu solo una nave a toccare le sponde della Spagna con a bordo diciotto uomini. Tra essi anche l’italiano Antonio Lombardo soprannominato il Pigafetta, l’effettivo autore della cronaca del viaggio che anche nella finzione narrativa mantiene il ruolo di redattore delle cronache del viaggio e segue passo passo gli sbarchi in regioni all’epoca semisconosciute, annotando ogni dettaglio. La voce narrante, in ragione della scelta dell’autore, è tuttavia quella più rozza ed immediata di Juan Sebastian che descrive Magellano come un individuo enigmatico, taciturno e vendicativo, ma abile nell’uso delle armi e soprattutto geniale stratega, attorniato da sfruttatori e fedifraghi. Proprio per il registro linguistico colorito e vivace, ricco di espressioni tipiche e di denominazioni fantasiose, coeve all’epoca della cronaca, appassiona come un romanzo di avventura e ha il merito di far riscoprire sia la figura del navigatore portoghese, eroico e visionario e sia quella di Pigafetta, prodigioso redattore che tra il 1524 e il 1525, rese pubbliche le memorie di quel primo viaggio lasciando ai posteri un preziosissimo documento su un’impresa che effettivamente costituì una sfida memorabile alle credenze religiose dell’epoca in ordine alla struttura del globo terrestre.



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