Magia nera

Magia nera

Per cinque anni, quindi per sessanta mesi, “e per sessanta volte, ogni quindici del mese, Cecilia ha preso fra le braccia l’urna di metallo dorato, l’ha infilata nello zaino e ha pedalato fino al mare”. Sempre lo stesso posto, sempre la stessa spiaggia libera. Non le è mai importato che la guardassero tirare fuori il pugno con una manciata di cenere, aprire le dita e lasciare che i granelli si confondessero con la sabbia o le finissero tra i capelli; anzi, quasi trovava piacevole che lo facessero. D’altra parte “Non c’era nulla di cui vergognarsi: in certo senso era come fosse ancora con Michele, davanti allo stesso tratto di mare, a fumare guardando il tramonto e a camminare l’una sulle impronte lasciate dall’altro”… Sono le cinque e mezza del mattino, l’ora in cui prima di sposarsi Lilli andava a dormire “dopo una notte di vino e risate” o dopo aver dipinto fino a sentire le dita intorpidite. Mette la caffettiera sul fuoco, apre la scatola di biscotti, una carezza al gatto e beve un bicchiere d’acqua. Ha freddo, anche con i termosifoni accesi, si dice che forse è mancanza di sonno. Ci mette un po’ a mettere a fuoco l’oggetto estraneo sulla credenza, pare una zolletta di zucchero; ah questa ragnatela che a volte le sembra di avere sugli occhi. L’oculista dice che è un disturbo passeggero conseguenza della gravidanza. Invece è proprio un dado, con un foro che lo attraversa e una Elle su ogni faccia. “Forse sta dormendo in piedi e questo è un sogno”. Lei lo sa cosa è quel dado, ma cosa ci fa lì, poggiato su Le Metamorfosi di Ovidio e come ci è finito in cucina quel libro? “Proserpina che torna alla luce”. E se Sara avesse messo il dado in bocca? “Diventerebbe viola. Poi nera. Poi”. “Prepara il biberon”, si dice. È così stanca Lilli, dovrebbe riposare. “Montagne di pannolini” pensa. E poi c’è quel melograno dietro i vetri. Non le è mai piaciuto, lo odia. “Sembrava la ceramica di una tomba”… Arianna, cinquantasette anni, scarpe comode, gonna scozzese e capelli corti. I tempi dei tubini viola, degli chignon e delle uscite con gli amici sono lontani. Se pensa a quanto fosse capricciosa all’epoca si prenderebbe a schiaffi. “Passa tutto in un baleno” avrebbe voluto dire alla Arianna di allora. “Però, si sa, vent’anni fa non avrebbe creduto ad una vecchia con la faccia triste che tornava a camminare per il centro di Roma solo per rinnovare una polizza al Monte di Pietà”. Sta tutto il tempo a casa, a tradurre racconti romanzi e tutto quello che capita per pagare le bollette e il cibo per sé e i gatti. E le medicine. Soprattutto quelle per conciliare il sonno che sembra aver smarrito da qualche parte. Non che da ragazza andasse meglio; il suo rapporto col sonno è stato sempre complicato, a pensarci bene per via di quella frase che aveva letto nel libretto rilegato in madreperla ricevuto per prepararsi alla Comunione, “Folle sarebbe colui che si stimasse immortale”. Si era detta, allora, che non avrebbe dormito mai più, per combattere la morte. Nella giovinezza il rimedio è stato il vino. Adesso la situazione è peggiorata da quando la pizzeria accanto al suo giardino ha cambiato gestione. Ci sono feste quasi ogni notte, il volume della musica è insopportabile, i bassi le rimbombano nel cuore impazzito. Nessuna soluzione, né con la polizia né cercando di affrontare quel buzzurro in canotta del proprietario. Ci mancava la dieta a renderla ancora più nervosa. Poi, una sera…

“Queste storie non appartengono dichiaratamente a un genere, forse perché i generi, in fondo, non esistono. […] Tutti sono, certamente, racconti che appartengono al fantastico, perché scelgono di non percorrere la strada obbligata del realismo. Eppure parlano di realtà”. Così, nella Nota Finale di questa raccolta, Loredana Lipperini – giornalista, scrittrice, voce autorevole e seguitissima di Fahrenheit su RadioTre, reduce dell’ultimo successo ottenuto con il romanzo L’arrivo di Saturno – prova a dare una definizione ai dodici racconti di Magia nera. Il titolo, che è quello di una poesia di Anne Sexton citata in esergo che pare quasi un manifesto del femminino, potrebbe creare un equivoco e dare una delusione a chi si aspettasse da questi racconti sangue, mostri, horror, voodoo, splatter et similia. Streghe sì però, in certo senso ci sono, perché tali sono le protagoniste, tutte figure femminili che pure possono rientrare nella comune definizione di “normali” e tuttavia dotate di poteri occulti. Si tratta di donne qualunque – ha detto l’autrice – alle prese con quella “lacerazione del tessuto della realtà” di cui parlava, a proposito del fantastico, Antonio Carona, saggista e figura di spicco della critica letteraria fantastica fra gli anni ’70 e ’80. Queste donne normali, con nomi normali come Cecilia Lilli Alice, si ritrovano in situazioni che normali non sono affatto, nelle quali la paura, l’orrore persino, nascono da sentimenti esasperati, dalla psiche turbata, dalla sofferenza, dal troppo dolore, dalle passioni violente come la rabbia, la sete di vendetta, capaci di scatenare, provocare e sfidare il lato oscuro. La realtà, allora, cambia all’improvviso e lascia spazio ad atmosfere inquietanti e cupe. Gli incubi di queste storie sono visioni, sono sconfinamenti del reale nel fantastico; dal contrasto, dal reale e magico che si contendono i fatti, nasce la narrazione. Come è stato detto da più parti, la paura nasce dalla domanda inevitabile: E se fosse vero? Si tratta del “fantastico che ti cammina accanto – ha detto Lipperini – che ti sorprende perché ti somiglia”, che si insinua nelle relazioni umane, tra le persone comuni, nella normalità che prende il nome delle quattro sezioni dell’antologia: Matrimoni, Madri, Ribellioni, Doni. “La letteratura racconta esattamente questo: i rapporti umani e le emozioni umane, qualunque sia il genere che sceglie per farlo”. E così leggiamo una bella favola nera di amore e morte e di un’anima che ha bisogno di tempo per accettare la sua nuova dimensione; leggiamo di oggetti qualunque dagli strani poteri acquistati in un mercatino dell’usato; di un artista di spettacoli di magia che incontra un fantasma tornato dal passato a prendersi la sua vendetta; e ancora, leggiamo di un incubo che si snoda tra le strade di Roma e le suggestioni della statua di Giordano Bruno e di vecchi stornelli; di una ragnatela terrificante intessuta attorno alla tristezza dell’oscura Baby Blues; di una concezione non immacolata ma misteriosa e inquietante all’origine di una nuova stirpe; e poi di favole e incantesimi e specchi, di non luoghi e di bambine con strani poteri. Sei di questi racconti sono inediti, sei sono stati già pubblicati in riviste e antologie, e sono nati quindi in tempi diversi, alcuni da suggestioni reali, ma l’antologia si può considerare certamente un omaggio ad un tipo di letteratura che Loredana Lipperini ama e con il quale si è già cimentata. Non a caso si riconoscono note che ricordano Lovecraft, tocchi di Stephen King, un po’ di letteratura femminile di genere (tra tutte lei ama citare Shirley Jackson). Chiarissime le sue parole: “Noi abbiamo bisogno di magia. Se ne stanno accorgendo in molti, inclusi gli innamorati del realismo a tutti i costi. La letteratura è, in sé, magia e inganno. Non ho fatto altro che seguire una strada su cui camminavo già da molti anni”. Loredana Lipperini ha raccontato di essersi innamorata di queste atmosfere quando aveva sette anni, grazie alla lettura delle fiabe dei Fratelli Grimm lette in una versione non edulcorata per bambini. Voi cosa leggevate a sette anni?



0

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER