Mai ci fu pietà

Franco Giuseppucci - detto “er Negro” per la sua carnagione scura e i tratti del viso mediterranei – ha trent’anni e fa il fornaio a Trastevere. Ma il fornaio non lo vuole fare. Vuole fare altro, vuole i soldi facili. Nell’ambiente delle corse dei cavalli è conosciuto, temuto e stimato. Presta soldi (di provenienza illecita, ovviamente) “a strozzo” agli scommettitori incalliti, ma anche questo non gli basta. Nel 1977 entra nell’organizzazione di due sequestri di persona a quattro mesi di distanza uno dall’altro: quello dell’orefice 29enne Roberto Giansanti, che frutta 350 milioni di lire, e quello ben più clamoroso del duca Massimiliano Grazioli, che frutta 2 miliardi ma si conclude con l’omicidio dell’ostaggio. Un “colpo grosso” tragico che rappresenta il vero trampolino di lancio di quella che diventerà poi la cosiddetta “Banda della Magliana”. Cosa c’entra la Magliana? Già da un po’ il 23enne Maurizio Abbatino detto “Crispino” sta raccogliendo attorno a sé nella borgata a sud di Roma dove è nato e cresciuto una posse di delinquenti da strada sfrontati e ambiziosi, ma l’apporto dei trasteverini Giuseppucci e Marcellone Colafigli - più grandi di età, più esperti e più “ammanicati” con certi giri malavitosi - è decisivo. In realtà l’idea di fondare una grande banda organizzata tutta composta da romani era venuta in carcere a un non romano, il sardo Nicolino Selis, che voleva seguire le orme della Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo, che ammirava molto e che aveva conosciuto dietro le sbarre…
Ormai è quasi mezzo secolo che si parla di Banda della Magliana. Per decenni i nomi dei suoi membri e i racconti delle loro imprese criminali si sono limitati a ricorrere con sinistra frequenza sulle pagine di cronaca nera e cronaca giudiziaria, ma da quando Romanzo criminale ha sbancato - prima in libreria, poi al cinema e poi in tv – questo gruppo di criminali è entrato pesantemente nell’immaginario collettivo. Eppure… Sono proprio Giuseppucci, Abbatino, De Pedis, Abbruciati, Toscano e Mancini e i loro compari ed eredi ad essere divenuti celebri o piuttosto i loro simulacri, delle ombre, delle figure mitiche ben lontane dalla realtà storica? A ristabilire la verità arriva il ponderoso reportage di Angela Camuso, giornalista de “Il Fatto Quotidiano”, “Leggo”, “l’Espresso” (tra gli altri). La prima edizione di Mai ci fu pietà risale oramai a qualche anno fa, ma quello che caratterizza il saggio della Camuso e lo differenzia dagli altri sullo stesso argomento è la sua natura di work in progress: questa edizione aggiornata per esempio arriva al 2014, alla cattura di Massimo Carminati e allo scandalo di Mafia Capitale. Ma i segreti della Banda della Magliana, il suo coinvolgimento a vario titolo nei più inquietanti misteri italiani, le innominabili complicità e connivenze a livello politico e finanziario di cui si è giovata e si giova lasciano pensare che a questa storia non sia ancora possibile scrivere la parola “fine” e che quindi il lavoro di Angela Camuso – lavoro puntuale, smaliziato, lucido ma soprattutto prezioso – sia tutt’altro che concluso, ancora necessario.

Leggi l'intervista a Angela Camuso

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