Maitreyi – Incontro bengalese

Maitreyi – Incontro bengalese

Arrossisce, sia di piacere ‒ giacché, considerandosi brutto, lo lusinga in maniera molto forte qualsiasi lode che sia rivolta alla sua persona fisica ‒ sia per timidezza: infatti non sa assolutamente come interpretare gli sguardi di Maitreyi. Gli fissa i piedi con un sorriso sprezzante, cattivo, umiliato. Lui comincia a dire stupidaggini per porre fine al silenzio, dicendo che ciò non ha alcuna importanza nella civiltà cui appartiene e dalla quale proviene, che i piedi non si vedono mai, almeno fra i bianchi. Quindi il complimento di Lulu che ha detto che il suo piede bianco è molto bello e sembra di alabastro gli fa indubbiamente piacere, ma non capisce come possa essere connesso all’incomprensibile sguardo di stizza che Maitreyi continua a tributargli. Quando però lei inizia a spiegare, tutto è più chiaro: gli amici si manifestano l’amore toccandosi i piedi nudi…

Mircea Eliade, grande viaggiatore, legato, soprattutto in gioventù, ad ambienti di estrema destra, nato nel 1907 in una Romania che ha poi lasciato in età abbastanza giovanile e morto trentun anni fa negli USA, è stato uno degli intellettuali più importanti in assoluto della sua generazione, e probabilmente non solo. Dotato di una straordinaria cultura – basti pensare che parlava e scriveva correntemente otto lingue, fra le quali il sanscrito – si è interessato alle più varie discipline, come la filosofia, l’antropologia e la storia delle religioni, è stato a lungo docente universitario, amico di Cioran e Ionesco, esperto di yoga e di sciamanesimo, e ha scritto saggi ma anche opere di narrativa. Come questa, del 1933, pubblicata per la prima volta in Italia da Jaca Book nel 1989. Maitreyi è la storia, che si direbbe molto autobiografica (Eliade parte dalla Romania nel 1928 per l’India, dove rimane quattro anni, con una borsa di studio), oltre che intensa, appassionata e appassionante, coinvolgente, sensuale ed erotica, di Allan, un giovane impiegato in una compagnia gestita da un ingegnere indiano che, complice la convalescenza causata dalla malaria, vive un amore torrido e illecito, tormentato, caratterizzato nel dettaglio e non privo di rimandi alla spiritualità, con la figlia del suo superiore.



 

 

 

 
 
 
 

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